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Global Flashpoint L'ITALIA E IL MARE Per una strategia marittima circolare e adattiva 9 agosto 2026 Redazione di OHIMag Il mare, per l'Italia, non è un'opzione tra le tante nell'agenda della politica estera e di sicurezza, ma una condizione strutturale d'esistenza. Settemila-seicento chilometri di coste, una posizione baricentrica nel Mediterraneo e un'economia il cui metabolismo dipende in misura decisiva dal traffico marittimo compongono una dotazione geografica che, in linea di principio, colloca la penisola tra le potenze marittime di primo piano del bacino. Eppure questa dote naturale non si traduce automaticamente in influenza politica. La domanda rilevante, dunque, non è se l'Italia debba dotarsi di una strategia marittima, ma quale strategia sia coerente con la sua condizione di potenza media a forte connotazione marittima e con interessi economici globali, e attraverso quale architettura concettuale essa possa evitare di restare un progetto incompiuto. È a questo interrogativo che risponde il modello circolare sintetizzato nello schema Ginocchietti-Domini modificato (2026), che propone di superare la tradizionale lettura lineare del potere marittimo in favore di un sistema bidirezionale, retto da un loop continuo di verifica e ricalibrazione. La tradizione che discende da Alfred Thayer Mahan ha per oltre un secolo interpretato la potenza navale secondo una sequenza deterministica: le condizioni fisiche del territorio, la posizione geografica e il carattere della popolazione generano risorse — mezzi, uomini, basi — che a loro volta producono capacità operative, le quali infine si traducono in una strategia orientata al dominio del mare. È un'architettura che coglie con efficacia i pilastri materiali della potenza marittima, ma che presenta un limite reso insostenibile dalle condizioni del XXI secolo: la sua monodirezionalità. Quando le risorse determinano la strategia senza mai essere rigenerate da essa, il rischio è quello che la letteratura definisce capacity trap — l'investimento in piattaforme sofisticate ma scollegate da uno scenario operativo plausibile, costose da mantenere e difficili da impiegare in modo persistente. Una flotta costruita secondo questa logica può vincere una battaglia, ma non garantire la stabilità quotidiana dello spazio marittimo vitale, che per una potenza media è l'obiettivo realmente rilevante. Il modello circolare rovescia questa impostazione. Il potere marittimo non è più un accumulo statico di condizioni e mezzi, bensì un processo dinamico in cui l'uso politico-strategico del mare — dimensione più vicina alla sensibilità di Corbett che a quella mahaniana — retroagisce sulle scelte di investimento a monte. È il concetto di loop continuo a costituire la chiave di lettura dell'intero impianto: le esigenze operative dello Stato filtrano la definizione del potere marittimo necessario; da questo filtro discende la costruzione del sistema statico, fatto di risorse materiali, umane, costiere e di governance; il sistema statico alimenta le strategie operative, le quali, una volta sottoposte a esercitazioni o crisi reali, generano una verifica di adeguatezza che rimanda al sistema statico con una domanda rivista. È questa freccia di ritorno — resa visibile nello schema dal riquadro dedicato al loop continuo — il passaggio realmente critico: senza tale meccanismo di retroazione, si finisce per costruire una flotta troppo pesante e troppo piccola, ottimizzata per un command of the sea globale che nessuna potenza media può realisticamente perseguire, anziché per il sea control selettivo e il sea denial asimmetrico che il proprio teatro vitale effettivamente impone. Coerentemente con questa logica, il diagramma colloca in apertura le condizioni che favoriscono lo sviluppo del potere marittimo, distinguendo gli elementi classici di matrice mahaniana — conformazione del territorio, posizione geografica, capitale umano e cultura marittima — dalle aggiunte proprie del XXI secolo: tecnologia e autonomia industriale, dominio cyber-spaziale, governance unitaria e resilienza climatica. Non si tratta di un aggiornamento lessicale, ma di uno stress-test concettuale: il territorio non è più solo spazio da difendere, ma piattaforma di risorse e nodo di connessione fisica e digitale; la posizione geografica, un tempo destino favorevole, diventa asset solo se sostenuta da capacità di sorveglianza e interdizione, pena la conversione della centralità mediterranea in vulnerabilità; il capitale umano si misura non più in termini numerici, ma in capacità tecnico-scientifica e coesione sociale — dimensione in cui l'Italia, gravata da un basso tasso di natalità e da un invecchiamento accelerato delle comunità costiere, mostra una fragilità non compensata dalle pur significative eccellenze accademiche isolate. Queste condizioni confluiscono, nello schema, in una strategia globale del paese che richiede una volontà politica esplicita di investire sulle risorse marittime. È qui che si annida la principale asimmetria italiana. Il paese dispone di un sistema statico di risorse superiore alla media europea: Fincantieri è un campione industriale mondiale con un portafoglio ordini che supera i settantaquattro miliardi di euro; le basi di Taranto, La Spezia, Augusta e Cagliari occupano posizioni di eccezionale valore strategico; i programmi FREMM EVO, PPA, DDX e U212 NFS collocano la componente navale all'avanguardia. Eppure il paese esprime solo una frazione del suo potenziale, non perché manchino le risorse, ma perché il loop continuo non è mai stato realmente attivato: la governance resta frammentata tra ministeri che competono anziché coordinarsi, la politica navale è tipicamente reattiva piuttosto che proattiva, e il settore dell'esercizio — manutenzione, addestramento, logistica — è cronicamente sottofinanziato. Il cuore del modello risiede nel passaggio dalla logica del dominio assoluto a quella, più realistica per una potenza regionale, del sea control circoscritto al teatro vitale e del sea denial asimmetrico. Per l'Italia, il command of the sea ottocentesco è un anacronismo: l'obiettivo realistico è combinare un controllo selettivo negli spazi di reale interesse — Canale di Sicilia, Canale d'Otranto, Mar Ligure — con una capacità di negazione che renda proibitivo, per un avversario, contestare l'uso del Mediterraneo agli interessi italiani e alleati. È una gerarchia invertita rispetto a quella di una superpotenza: priorità alla protezione permanente dello spazio vitale, seguita dalla proiezione anfibia, dalla negazione asimmetrica affidata alla componente subacquea, dal sostegno logistico di coalizione e da una diplomazia navale non episodica ma quotidiana. La dimensione più originale del modello è quella rappresentata dalla freccia del feedback politico-sociale, che collega la strategia operativa ai sette capisaldi classici del potere marittimo — commercio, risorse, influenza politica, presenza militare, diplomazia, ricchezza, stabilità sociale. Nella lettura lineare tradizionale questi capisaldi sono l'output terminale del dominio navale; nel modello circolare sono invece variabili interdipendenti che generano a propria volta un feedback sulla volontà politica di investire. La Blue Economy italiana, che genera un valore aggiunto superiore ai duecentosedici miliardi di euro, pari all'undici per cento del prodotto interno lordo, rappresenta l'argomento più solido a favore di una strategia marittima ambiziosa: se una quota di questa ricchezza viene percepita come reinvestibile nella protezione che la genera, il consenso sociale può legittimare investimenti sostenuti nel tempo. È esattamente ciò che oggi manca: il mare resta percepito come periferia turistica o scenario di tragedia umanitaria, non come spazio strategico centrale, e senza un'autentica maritime civic education il circuito si interrompe proprio nella sua fase politica. Il giudizio complessivo è quello di un potere marittimo incompiuto: eccellenze industriali e tecnologiche di prim'ordine convivono con carenze strutturali di massa critica, governance e consenso sociale. Colmare questo divario richiede l'attivazione coerente di cinque leve interdipendenti — una governance realmente vincolante, l'investimento sistemico nel capitale umano marittimo, il completamento della flotta secondo criteri di massa critica e sostenibilità operativa, la valorizzazione dell'energia blu e della sovranità sulle risorse marine, una diplomazia marittima quotidiana capace di trasformare l'Italia da oggetto a soggetto della competizione mediterranea. Solo attivando realmente il loop continuo, in cui la strategia operativa rigenera costantemente le scelte a monte, l'Italia potrà evitare di restare una potenza marittima soltanto potenziale, per diventare il polo di stabilità che la sua posizione e la sua storia le consentirebbero di essere.
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