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OHi Mag Report Geopolitico nr. 246 I contributi sono diretta responsabilità degli autori e ne rispecchiano le idee personali. Le foto presenti in questa CPM sono state di massima prese dal web, citandone sempre la fonte. Se qualcuno dovesse ritenere necessario rimuoverle o modificarne gli autori, può contattarci sul sito ohimagazine.com e sarà prontamente accontentato. La riproduzione, totale o parziale, è autorizzata a condizione di citare la fonte.
Credit: Nurk per Le Soir Bibliografia Valerio Moggia, "Trump chiede, la FIFA obbedisce: il caso Balogun fa discutere al Mondiale", InsideOver, 6 luglio 2026, https://it.insideover.com/politica/trump-chiede-la-fifa-obbedisce-il-caso-balogun-fa-discutere-al-mondiale.html Andrea Muratore, "Trump, la Nato e l'Europa alla corte di Erdogan: il vertice di Ankara consacra le ambizioni della Turchia", InsideOver, 7 luglio 2026, https://it.insideover.com/politica/trump-la-nato-e-leuropa-alla-corte-di-erdogan-il-vertice-di-ankara-consacra-le-ambizioni-della-turchia.html Redazione, "Trump, ennesimo attacco a Meloni: 'Serve un ordine restrittivo'. Meme con la premier", Quotidiano Nazionale (QN), 7 luglio 2026, https://www.quotidiano.net/esteri/trump-meloni-meme-nv56ggau Siladitya Ray, "Trump Reignites Meloni Feud With 'Restraining Order' Post Ahead Of NATO Summit", Forbes, 6 luglio 2026, https://www.forbes.com/sites/siladityaray/2026/07/06/trump-reignites-feud-with-meloni-with-restraining-order-post-ahead-of-nato-summit/ Redazione, "Del Pero e la strategia Usa: 'Il tycoon attacca l'Italia ma parla agli americani'", Quotidiano Nazionale (QN), 7 luglio 2026, https://www.quotidiano.net/esteri/strategia-trump-meloni-q8ype6x8 Introduzione Fra il 5 e il 7 luglio 2026 tre vicende distinte per natura - una controversia arbitrale al Mondiale di calcio, un nuovo attrito personale fra Donald Trump e Giorgia Meloni, e l'apertura del vertice NATO di Ankara - si sono intrecciate in un'unica narrazione. Il filo conduttore non è aneddotico: riguarda il modo in cui Washington esercita oggi la propria influenza sugli alleati, personalizzando la diplomazia e trasformando episodi minori in strumenti di pressione politica. La presente sintesi ricostruisce i fatti e ne analizza le ricadute geopolitiche, strategiche e italiane. I fatti Domenica 5 luglio la FIFA ha sospeso la squalifica rimediata dall'attaccante statunitense Folarin Balogun nella partita contro la Bosnia ed Erzegovina, consentendogli di scendere in campo negli ottavi di finale contro il Belgio. La misura, fondata sull'articolo 27 del Codice disciplinare FIFA, era già stata applicata in passato e in precedenza una sola volta nella storia dei Mondiali, nel 1962, quando pressioni politiche brasiliane favorirono l'annullamento della squalifica di Garrincha prima della finale contro la Cecoslovacchia. Secondo le ricostruzioni di New York Times e Associated Press, dietro la grazia concessa a Balogun vi sarebbero state pressioni dirette della Casa Bianca sul presidente FIFA Gianni Infantino, con cui Trump intrattiene un rapporto personale che la stampa definisce ormai controverso. Il presidente ha celebrato la decisione su Truth Social, mentre il Belgio ha espresso pubblica sorpresa. Sul campo, però, gli Stati Uniti sono stati travolti 4-1 a Seattle, e Romelu Lukaku ha chiuso la partita imitando la cosiddetta "Trump Dance"; la federazione belga ha rincarato la dose sui social con la scritta "Overturn this", accompagnata da un'emoji del telefono, riferimento inequivocabile alla telefonata contestata. Parallelamente si è riacceso lo scontro fra Trump e Meloni, nato dopo il G7 di Evian, quando il presidente aveva sostenuto che la premier lo avesse "implorato" per una fotografia, in un contesto di insofferenza statunitense verso il sostegno ritenuto insufficiente dell'Italia e dell'Europa alla sicurezza dello Stretto di Hormuz. A questo si erano già aggiunte le critiche di Trump a Papa Leone XIV, definite "inaccettabili" da Meloni. Domenica 6 luglio Trump ha rilanciato pubblicando su truth social un'immagine della premier con la didascalia "restraining order needed", espressione mutuata dal lessico giudiziario riferito a stalking. Palazzo Chigi ha scelto il silenzio istituzionale, derubricando l'episodio - per bocca del ministro Crosetto - a stile comunicativo di Trump verso più alleati, non solo verso l'Italia. Il terzo evento è l'apertura ad Ankara del vertice NATO del 7-8 luglio, il primo ospitato dalla Turchia dal 2004. Erdogan, il leader che più si era opposto alla guerra israelo-statunitense contro l'Iran, è oggi corteggiato da Washington, dagli europei e persino da Kiev come possibile mediatore con Mosca, mentre proprio in questa sede Meloni e Trump si troveranno per la prima volta dopo l'episodio della didascalia, sebbene fonti diplomatiche escludano un bilaterale formale. Trump, una demenza senile che pesa sugli Stati Uniti I primi due episodi, apparentemente scollegati, disegnano lo stesso ritratto: quello di una leadership americana sempre più incline a scambiare l'autorità per prepotenza, e sempre più esposta al ridicolo internazionale. Il terzo ci fa immaginare a quali possibili ricadute negative ulteriori cadute di stile avrebbero sul vertice NATO. La sconfitta statunitense sul campo ha cambiato la storia. La vittoria del Belgio ha avuto il sostegno di tutti i paesi e ha messo la squadra USA in un angolo, quello degli antipatici. L’immagine del Manneken-Pis - il bambino che storicamente salvò la città di Bruxelles facendo la pipì su di una bomba - mentre effettua lo stesso atto di spregio nel Lincoln Memorial Reflecting Pool, che non porta bene a Trump a causa di una serie di scandali emersi negli ultimi tempi. Sui social è tornata a circolare l'ironia sulla presunta "maledizione di Trump", che avrebbe già colpito i Knicks, i Kansas City Chiefs e la squadra USA di Ryder Cup ogni volta che il presidente si è esposto pubblicamente a loro favore. Vignette di vario genere e cartoon satirici hanno rincarato la dose mettendo il presidente statunitense alla berlina. Questo episodio si somma ad altri, di segno diverso ma di analogo effetto: l’intervento militare in Iran raccontato in modi che hanno alimentato satira e video ironici sulla proiezione di potenza americana, e tensioni istituzionali con l'Italia, in particolare con il governo Meloni, che hanno prodotto momenti di attrito pubblico difficilmente compatibili con il tono che normalmente si riserva a un alleato di primo piano, ben evidenziati su indirizzi social come albert comics. Il filo che lega questi episodi è la percezione, sempre più diffusa anche fuori dagli ambienti apertamente critici, di una gestione del potere personalistica, impositiva e insofferente alle regole condivise e forse preda di una decadimento cognitivo e di una evidente demenza senile. Quando un presidente interviene di persona su una questione disciplinare calcistica, il messaggio che passa non è di forza ma di fragilità. E quando quella stessa forzatura si traduce in un'onta pubblica, uno sfottò di una nazionale padrona di casa, divenuta virale in tutto il mondo, il danno reputazionale ricade non solo sulla persona, ma sul Paese che rappresenta. È qui che si misura il vero costo: non tanto nel ridicolo in sé, quanto nell'erosione di credibilità che ne consegue per gli Stati Uniti nel loro complesso, in un momento in cui la fiducia degli alleati è una risorsa strategica, non decorativa. Va detto, per onestà, che questa lettura non è unanime. I sostenitori del presidente vi leggono normale difesa degli interessi americani, e ricordano che la satira e l'ironia hanno sempre accompagnato ogni leadership forte, senza che questo ne intaccasse realmente il potere negoziale. La storia dirà quale delle due letture avrà avuto ragione. Conseguenze geopolitiche Il vertice di Ankara segnala un riposizionamento che va oltre la cronaca delle tensioni personali. La Turchia si presenta come perno su più direttrici: verso l'Eurasia, attraverso il controllo degli Stretti e l'influenza su Mar Nero e Caucaso; verso il Medio Oriente, dove il sostegno alla nuova leadership siriana ha eroso lo spazio d'azione dei rivali di Washington pur mantenendo Ankara in rotta di collisione con Israele; verso l'industria della difesa europea, dove il piano ReArm Europe rende appetibili i sistemi turchi, con Baykar che ha rilevato Piaggio Aerospace e converge su programmi con Leonardo, mentre la Spagna valuta il caccia Kaan in alternativa all'F-35. Più osservatori, incluso il quotidiano israeliano Ynet, segnalano il paradosso di un'Alleanza liberaldemocratica il cui perno è un leader dall'assetto interno sempre più autoritario, senza che le critiche sulla repressione del dissenso trovino spazio pubblico nel summit. L'eventuale via libera statunitense alla vendita di F-35 alla Turchia, esclusa dal programma dal 2019, rappresenterebbe per Erdogan un riconoscimento ambito ma allarmerebbe Israele, alterando gli equilibri aerei nel Mediterraneo orientale. Rileva, in questo quadro, anche la proiezione turca sul Mar Nero e sul Caucaso - Armenia, Azerbaigian, Kazakistan - regione contesa nella competizione fra Washington e le potenze russa e cinese per la connettività terrestre del continente, e il ruolo di Ankara come interlocutore ricercato da Kiev quale possibile mediatore in un futuro negoziato con Mosca. La sequenza Balogun-Meloni-Ankara conferma, come osservato dallo storico Mario Del Pero, una politica estera statunitense sempre più personalizzata e transazionale, in cui le alleanze vengono ricalibrate su convenienze contingenti più che su affinità stabili, erodendo la prevedibilità che ha storicamente garantito la coesione del sistema atlantico e ridefinendo a proprio vantaggio gli equilibri interni all'alleanza. Conseguenze strategiche Il vertice mette a nudo le fratture interne alla NATO proprio mentre l'Alleanza tenta di consolidare gli impegni dell'Aja. Il segretario generale Rutte ha rivendicato un aumento del 20 per cento della spesa per la difesa di europei e canadesi nell'ultimo anno, per 258 miliardi di dollari investiti in più fra 2025 e 2026, nel tentativo di avvicinare il traguardo del 5 per cento del PIL fissato per il 2035; con Von der Leyen ha inoltre richiamato la necessità che l'industria europea produca "di più e più rapidamente". Questa retorica convive con un'alleanza sempre più esposta all'imprevedibilità del suo maggiore azionista. La guerra contro l'Iran e la gestione dello Stretto di Hormuz hanno agito da detonatore: la richiesta statunitense di un coinvolgimento europeo diretto, respinta da più capitali inclusa Roma, ha alimentato l'insofferenza di Trump verso i partner ritenuti riluttanti, spingendolo a premiare pubblicamente la Turchia, che pure aveva osteggiato l'intervento contro Teheran più di ogni altro alleato. Questo scarto fra lealtà professata e concessioni introduce un elemento di instabilità nei meccanismi di deterrenza collettiva, rendendo meno chiaro quale comportamento venga effettivamente ricompensato da Washington. Sul piano industriale, la possibile reintegrazione turca nel programma F-35 e la crescente penetrazione di Baykar in Italia e Spagna ridisegnano le catene di approvvigionamento strategiche europee, introducendo una dipendenza da un fornitore extra-UE geopoliticamente ambivalente - la cui economia interna, secondo il Financial Times, resta condizionata da un'inflazione al 33 per cento e da un tasso di cambio in apprezzamento che ne comprime la competitività manifatturiera in altri settori. Va inoltre ricordato che proprio la Turchia, tramite il ministro degli Esteri Hakan Fidan, aveva svolto un ruolo di contenimento del conflitto con l'Iran già nelle settimane precedenti l'attacco di febbraio: la circostanza che sia oggi premiata più dei partner che avevano professato lealtà consolida, agli occhi degli alleati, la sensazione di una NATO politica sempre più divisa su tutto tranne che sulla centralità, ormai difficilmente contestabile, del ruolo turco. Conseguenze per l’Italia Per l'Italia le ricadute della crisi atlantica toccano simultaneamente la diplomazia, la politica di difesa e l'industria strategica, in un contesto in cui la gestione del rapporto con Washington si è trasformata da assetto istituzionale in esercizio di equilibrismo quotidiano. Sul piano diplomatico, l'attacco personale di Trump a Meloni, liquidato da Palazzo Chigi come stile comunicativo del presidente, espone il governo a un dilemma senza soluzioni prive di costi. Rispondere avrebbe il prezzo di un'escalation simbolica con il primo alleato, rischiando di compromettere canali di cooperazione essenziali; il silenzio, invece, espone l'esecutivo a critiche interne, come mostrano le reazioni di Calenda e Conte, eppure trova la solidarietà istituzionale di politici appartenenti alla maggioranza, segno di una convergenza transversale sulla necessità di non alimentare il confronto. La linea finora seguita da Roma, non replicare colpo su colpo, mantenere una delegazione di alto livello alle iniziative bilaterali pur senza la presenza della premier, privilegiare il canale multilaterale europeo, appare coerente con l'indicazione, ricorrente fra gli osservatori, secondo cui la strategia più efficace è la fermezza nei contenuti accompagnata dal controllo dei toni. Tuttavia, la mancanza di un bilaterale formale tra Meloni e Trump ad Ankara, pur tecnicamente giustificata, conferma che il rapporto bilaterale attraversa una fase di sostanziale congelamento, in cui la comunicazione passa attraverso interlocutori intermedi e la costruzione di fiducia richiede tempi lunghi. Sul piano della difesa, l'Italia si presenta ad Ankara con una spesa ben superiore al 2 per cento del PIL, a fronte dell'obiettivo NATO del 5 per cento fissato per il 2035, con ipotesi di incremento progressivo nei prossimi anni. Questo impegno, significativo in termini assoluti, si colloca in un contesto politico interno che rende sensibile ogni annuncio di aumento della spesa militare, specialmente in assenza di una narrazione pubblica condivisa sulla minaccia e sulle priorità strategiche. L'ascesa turca come fornitore alternativo pone inoltre Roma di fronte a una scelta industriale di lungo periodo: consolidare la cooperazione con Leonardo e i partner euro-atlantici tradizionali, o esplorare alternative extra-occidentali meno onerose ma meno prevedibili, come sta già valutando Madrid con il caccia Kaan. La decisione non è meramente economica: investire su fornitori turchi significa legarsi a un partner geopoliticamente ambivalente, con un'inflazione al 33 per cento e un tasso di cambio volatile, ma anche acquisire tecnologie, come i droni Baykar, in cui Ankara ha sviluppato un vantaggio competitivo rilevante. Il pregresso rifiuto italiano di un coinvolgimento diretto a Hormuz conferma infine una linea di cautela strategica che, pur preservando Roma da un'esposizione operativa rischiosa in uno scenario di elevata tensione, alimenta le critiche statunitensi sul burden sharing. Questo scarto fra lealtà professata e rischio operativo assunto rende l'Italia vulnerabile alla logica transazionale di Trump, che premia comportamenti concreti più che dichiarazioni di intenti. La sfida per Roma è dimostrare che la sua contribuzione alla sicurezza collettiva, attraverso basi logistiche, partecipazione a missioni, spesa in crescita, ha un valore autonomo rispetto alla disponibilità a seguire Washington in ogni iniziativa, senza però apparire come un alleato riluttante. In un'Alleanza in cui l’apprezzamento sembra legata più all'imprevedibilità che alla fedeltà, l'Italia deve trovare il modo di rendere la propria posizione non negoziabile. Conclusioni Il vertice NATO di Ankara si presenta come un banco di prova decisivo per la coesione dell'Alleanza, ma il rischio maggiore non risiede nelle divergenze programmatiche tra alleati: risiede nella fragilità personale di chi guida la delegazione statunitense. L'episodio Balogun, in cui il presidente Trump ha personalmente interposto la propria influenza su una questione disciplinare sportiva, e l'attacco social alla premier Meloni, con l'invocazione di un "restraining order", non sono anomalie comunicative isolabili: costituiscono sintomi di una gestione del potere sempre più reattiva, personalistica e disancorata dai protocolli istituzionali. In uno scenario di decadimento cognitivo evidente, questi comportamenti non generano semplicemente ridicolo: generano imprevedibilità strategica. Ad ankara, dove la posta in gioco include la reintegrazione turca nel programma f-35, il riposizionamento industriale europeo verso Baykar e la mediazione sul conflitto russo-ucraino, l'imprevedibilità del leader americano diventa un moltiplicatore di rischio. Un presidente incline a trasformare incontri bilaterali in spettacoli di forza personale, o a ricompensare alleati sulla base di affinità contingenti piuttosto che di lealtà consolidate, può compromettere la credibilità delle garanzie statunitense proprio nel momento in cui l'Alleanza ha più bisogno di prevedibilità. La presenza fisica di Trump al fianco di Erdogan, senza un'agenda negoziale chiara e senza il contrappeso di una struttura decisionale affidabile, espone il summit a derive transazionali che potrebbero tradursi in concessioni unilaterali o in rotture di equilibri regionali, come quelli aerei nel Mediterraneo orientale, difficilmente reversibili. Il vero pericolo per la NATO non è la divisione tra alleati, ma la concentrazione di potere decisionale nelle mani di un leader la cui capacità di distinguere l'interesse nazionale dalla gratificazione personale appare sempre più compromessa.
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Agosto 2026
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