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OHi Mag Report Geopolitico nr. 169 Introduzione Il presente saggio offre una sintesi ragionata del rapporto "GEO-VERDE 001" del luglio 2025, curato dalla Redazione di CESMAR.IT, il Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima "Circolo Fratelli Bonaldi". Questo documento dipinge un quadro allarmante e complesso dello scenario internazionale, descrivendo il mese di giugno 2025 non come un periodo di crisi isolate, ma come il punto di non ritorno di un sistema globale in piena e accelerata disintegrazione. L'analisi di CESMAR, frutto del monitoraggio quotidiano dei suoi esperti, evidenzia una "frattura sistemica" che ha frantumato l'ordine post-Guerra Fredda, inaugurando un'era di "anarchia competitiva". In questo nuovo paradigma, la logica della forza prevale sul diritto, le istituzioni multilaterali si dimostrano impotenti e le certezze strategiche del passato svaniscono. Il mondo, secondo il rapporto, è entrato in una fase di "disordine sistemico", caratterizzato da frammentazione, imprevedibilità e una continua ricalibrazione del potere. Questa sintesi si propone di esplorare le dinamiche fattuali, le conseguenze geopolitiche, strategiche e marittime di questa trasformazione, con un'attenzione particolare alle profonde implicazioni per l'Italia, nazione posta geograficamente e strategicamente al centro di questa tempesta. L'obiettivo è fornire una lettura chiara e scientifica di un lavoro denso e provocatorio, che si configura come uno strumento essenziale per comprendere le sfide esistenziali del nostro tempo. I Fatti di Giugno 2025 Il mese di giugno 2025, secondo l'analisi di CESMAR, è stato un catalizzatore di eventi che hanno scosso le fondamenta della stabilità globale. L'epicentro di questo sisma geopolitico è collocato negli Stati Uniti, attraversati da una profonda crisi istituzionale. La decisione del Presidente Donald Trump di schierare la Guardia Nazionale e i Marines a Los Angeles per reprimere le proteste contro le politiche migratorie ha bypassato l'autorità statale, innescando un conflitto senza precedenti con la California e proiettando l'immagine di una superpotenza divisa. A questa si è aggiunta una "guerra dei titani" tra Trump e il magnate Elon Musk e una "guerra civile ideologica" nel Partito Repubblicano. Sul fronte esterno, l'amministrazione Trump ha lanciato un'offensiva tariffaria contro la Cina, raddoppiando i dazi su acciaio e alluminio e introducendo un "travel ban" per dodici nazioni. Tuttavia, a metà mese, in un'inversione pragmatica, è stata annunciata una tregua commerciale con Pechino per garantire le forniture di terre rare. Il teatro ucraino è stato il laboratorio di nuove forme di guerra. L'Operazione "Spiderweb", un massiccio attacco ucraino con droni in profondità nel territorio russo, ha colpito cinque basi aeree strategiche, distruggendo bombardieri a capacità nucleare e dimostrando la vulnerabilità del "santuario" russo. A questo si è aggiunto un raid sottomarino contro il Ponte di Kerch e un attacco cibernetico. La Russia ha risposto con una vasta offensiva sulla regione industriale di Dnipro e la conquista di Shevchenko, area strategica per i suoi giacimenti di litio. Il conflitto latente tra Israele e Iran è esploso in uno scontro diretto. L'operazione israeliana "Rising Lion" ha colpito il cuore del programma nucleare iraniano, siti come Natanz e Fordow, e, per la prima volta, l'infrastruttura economica del giacimento di gas di South Pars. Quasi simultaneamente, gli Stati Uniti hanno lanciato l'operazione "Midnight Hammer" contro altri siti nucleari iraniani. La reazione di Teheran, l'operazione "Vera Promessa 3", ha visto il lancio di oltre 150 missili balistici verso Israele. La crisi, definita da Trump la "Guerra dei Dodici Giorni", si è conclusa con un fragile cessate il fuoco. Questa cascata di eventi ha messo in luce la paralisi delle istituzioni internazionali, come il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, e la frammentazione dell'Occidente, emersa chiaramente al vertice NATO dell'Aja, disertato dai partner dell'Indo-Pacifico e segnato da disaccordi sulla spesa militare. Le Conseguenze Geopolitiche Gli eventi di giugno 2025 hanno accelerato la transizione verso un sistema internazionale marcatamente multipolare, ma anche conflittuale e disordinato. La profonda crisi interna degli Stati Uniti, definita il catalizzatore della "frattura dell'unità occidentale", ha generato un pericoloso vuoto di potere globale. La percezione di un'America inaffidabile, ripiegata su sé stessa e guidata da una leadership transazionale, ha eroso la fiducia degli alleati e incoraggiato l'assertività delle potenze revisioniste. La crisi esistenziale della NATO, emersa plasticamente nel vertice dell'Aja, ne è la prova più evidente. L'Alleanza appare prigioniera delle sue contraddizioni, incapace di proiettare un'immagine di unità e di formulare una visione comune per un mondo che non è più quello della Guerra Fredda. A fare da contraltare alla frammentazione occidentale, si assiste al consolidamento di un "asse delle autocrazie", un blocco geopolitico guidato da Russia e Cina, a cui si saldano attori come Iran e Corea del Nord. Questa alleanza, pur pragmatica e non priva di frizioni interne, sfrutta il caos globale per promuovere un ordine alternativo, basato su interessi concreti e libero dalle condizionalità politiche occidentali. La Russia capitalizza sulla distrazione occidentale per avanzare in Ucraina e consolidare la sua narrativa di leader di una rivolta del "Sud Globale". La Cina, pur mantenendo un profilo più basso, accelera la sua ascesa economica e militare, rafforzando la sua influenza nell'Indo-Pacifico. In questo "Grande Gioco", le potenze medie e regionali come India, Turchia e Arabia Saudita navigano con crescente autonomia, bilanciando le relazioni e rifiutando di schierarsi in modo monolitico. Questo fenomeno accelera ulteriormente la frammentazione dell'ordine globale. Il collasso del multilateralismo è una conseguenza diretta di queste dinamiche. Le istituzioni come l'ONU appaiono paralizzate, e la logica della forza soppianta quella del diritto. La "weaponizzazione" di ogni dominio, dall'economia alla tecnologia, fino all'informazione, diventa la norma, trasformando ogni interazione in una potenziale arena di conflitto. Il mondo descritto è un sistema la cui logica fondamentale si è spezzata, entrando in un'era dominata da una brutale "Realpolitik". Le Conseguenze Strategiche Giugno 2025 segna una svolta epocale nelle dottrine militari, una vera e propria rivoluzione innescata dall'evoluzione tecnologica e dalla nuova assertività delle potenze. L'Operazione "Spiderweb" in Ucraina rappresenta un "momento Sputnik" per le dottrine convenzionali. L'uso di droni a basso costo per colpire obiettivi strategici in profondità ha dimostrato la fine della "tirannia della distanza", rendendo obsoleti i calcoli di deterrenza basati su piattaforme costose. Si assiste a una "democratizzazione della guerra strategica", dove tecnologie agili e asimmetriche possono neutralizzare la superiorità convenzionale di una superpotenza. Questo obbliga ogni nazione a ripensare radicalmente la propria difesa, la protezione delle infrastrutture critiche e la dispersione degli assetti strategici. Il conflitto in Medio Oriente formalizza questa nuova realtà. L'operazione israeliana "Rising Lion" viene analizzata come l'applicazione di una nuova dottrina, definita "anapoliké" (non ascendente): una guerra ad alta intensità tecnologica che mira a neutralizzare le capacità strategiche nemiche senza un'invasione terrestre. Questa dottrina integra attacchi cibernetici, guerra economica e operazioni asimmetriche, confermando che la guerra moderna è ibrida e multi-dominio. La competizione strategica permea ogni sfera, dalla geoeconomia, con il controllo delle risorse critiche come arma, allo spazio e al cyberspazio. Questa evoluzione innesca una crisi profonda del concetto stesso di deterrenza, in particolare quella nucleare. L'attacco a siti nucleari iraniani, giustificato come "difesa preventiva", ha normalizzato una dottrina estremamente pericolosa, rischiando di accelerare, anziché fermare, la proliferazione. Per nazioni che si sentono minacciate, il possesso dell'arma atomica può apparire come l'unica vera garanzia di sopravvivenza. L'inaffidabilità percepita dell'ombrello nucleare americano accentua questa tendenza, spingendo anche gli alleati a considerare lo sviluppo di propri arsenali. La risposta della NATO, focalizzata su un riarmo convenzionale, appare a tratti anacronistica di fronte a una minaccia che è diventata più diffusa, tecnologica e asimmetrica. Le Conseguenze Marittime Il dominio marittimo, da veicolo quasi invisibile della globalizzazione, si è trasformato nel principale campo di battaglia e nel più sensibile barometro dell'instabilità globale. Giugno 2025 segna la fine dell'era dell'oceano "pacifico" e l'inizio di una contesa globale sui mari. La "weaponizzazione" dei punti di strangolamento strategici (chokepoints) è la dinamica più evidente. La "Guerra dei Dodici Giorni" ha trasformato lo Stretto di Hormuz, giugulare del commercio energetico mondiale, in un'area ad altissimo rischio. L'impatto economico è stato istantaneo, con l'impennata dei prezzi del petrolio e dei costi assicurativi ("war risk premiums"), creando un "panico logistico" e istituendo una "tassa sul rischio" permanente sul commercio globale. Questa crisi si è sovrapposta alle tensioni croniche in altri chokepoints, come il Mar Rosso, a causa degli attacchi Houthi, e il Mar Nero, trasformato in un teatro di guerra navale. L'instabilità simultanea in più passaggi marittimi cruciali ha messo a nudo la fragilità strutturale del sistema commerciale globalizzato, operante senza margini per assorbire ulteriori shock. La competizione tra grandi potenze è tornata ad essere, in primo luogo, una competizione navale. L'Indo-Pacifico si conferma l'arena decisiva, con la proiezione di forza della marina cinese che sfida apertamente la supremazia navale americana. La risposta di Washington e dei suoi alleati si è concentrata sul rafforzamento delle coalizioni navali e sul mantenimento del vantaggio tecnologico. Parallelamente, emerge un dominio marittimo sempre più opaco, solcato da "flotte ombra" utilizzate da attori come la Russia per eludere le sanzioni. Questa dinamica innesca una corsa globale al riarmo navale e ridisegna la geografia del potere. L'Artico, reso navigabile dal cambiamento climatico, diventa una nuova frontiera di competizione. La tecnologia, infine, è sia un moltiplicatore di forza che una fonte di profonda vulnerabilità. L'incendio della nave "Morning Midas" con il suo carico di veicoli elettrici ha sollevato questioni sulla sicurezza di nuove tecnologie, mentre il jamming dei segnali GPS ha mostrato la potenza della guerra elettronica. La "rivoluzione dei droni" sta cambiando il volto della guerra navale, spingendo le marine a un complesso processo di adattamento strategico e normativo. Le Conseguenze per l'Italia Per l'Italia, nazione a profonda vocazione marittima proiettata nel cuore di un "Mediterraneo Allargato" in ebollizione, le conseguenze di questo scenario globale sono dirette, imperative e multiformi. La sua posizione geografica la pone al centro delle crisi convergenti, dall'instabilità nel Sahel e in Libia, che alimenta flussi migratori e rischi terroristici, alla deflagrazione del conflitto in Medio Oriente. L'escalation tra Israele, Iran e Stati Uniti ha trasformato il Mediterraneo orientale e il Golfo Persico in un teatro ad altissima tensione, esponendo l'Italia, in quanto membro della NATO e sede di importanti basi militari, a un potenziale rischio di ritorsioni. La fragilità del sistema-Paese è legata in modo indissolubile alla sua dipendenza energetica. La minaccia ai chokepoints marittimi, in particolare allo Stretto di Hormuz e al Canale di Suez, rappresenta un pericolo esistenziale per l'economia italiana. Un'interruzione delle rotte avrebbe un impatto devastante sull'approvvigionamento di materie prime, sull'export e sull'inflazione. La sicurezza energetica diventa quindi un imperativo strategico, che impone la diversificazione delle fonti e delle rotte, valorizzando partnership nel Mediterraneo e progetti come il Piano Mattei per l'Africa. Sul piano delle alleanze, la crisi esistenziale della NATO e la percepita inaffidabilità della leadership americana pongono l'Italia di fronte a un dilemma strategico. La richiesta di elevare la spesa militare al 5% del PIL rappresenta una sfida immensa per un paese con un elevato debito pubblico, rischiando di generare profonde tensioni interne. Tuttavia, questo stesso contesto di crisi apre per l'Italia inedite opportunità. La crescente inaffidabilità delle rotte orientali rilancia il ruolo strategico dei corridoi adriatici e dei porti italiani come hub logistici resilienti per l'Europa. La spinta europea verso un riarmo più strutturato e una maggiore autonomia strategica crea opportunità significative per l'industria della difesa nazionale, chiamata a diventare una leva di sovranità tecnologica e un pilastro della sicurezza del Paese. Conclusioni L'analisi del CESMAR relativa a giugno 2025 consegna una diagnosi spietata ma necessaria: il mondo è entrato in una fase strutturale di "disordine competitivo", una "Terza Guerra Mondiale a pezzi" combattuta con strumenti ibridi su molteplici domini. L'illusione di poter restare ai margini di queste dinamiche globali è svanita. Per l'Italia e per l'Europa, l'inazione non è un'opzione; è la via più sicura verso l'irrilevanza e la vulnerabilità. Navigare in questo "arcipelago di conflitti" richiede un radicale cambio di mentalità, lucidità strategica e un approccio proattivo fondato sulla resilienza e sul pragmatismo. Le raccomandazioni che emergono implicitamente dal rapporto sono chiare e urgenti. In primo luogo, è imperativo adottare una nuova postura strategica, un "approccio lungimirante" che superi la logica del mero "placare" gli alleati e sviluppi una visione autonoma. Per l'Italia, questo significa focalizzare le proprie risorse sul Mediterraneo Allargato, assumendo un ruolo proattivo nella costruzione di una nuova architettura di sicurezza e sviluppando una diplomazia agile e multidimensionale. In secondo luogo, è fondamentale "investire massicciamente nella resilienza nazionale a 360 gradi". Ciò implica diversificare le catene di approvvigionamento e le fonti energetiche, rafforzare lo strumento militare con un'attenzione mirata alle nuove tecnologie, e proteggere le infrastrutture critiche. Cruciale, in questo senso, è la "resilienza cognitiva", la capacità della società di resistere a operazioni di influenza e disinformazione. Infine, l'imperativo categorico è quello di trasformare le vulnerabilità di oggi nelle fondamenta di una rinnovata rilevanza strategica. L'Italia è chiamata a diventare un costruttore attivo della propria sicurezza, sfruttando la sua posizione geografica e le sue competenze industriali per porsi come perno di un nuovo equilibrio di sicurezza e prosperità nel suo vicinato. La stabilità di domani non dipenderà dalla capacità di prevedere il futuro, ma dalla rapidità con cui si saprà comprendere e adattarsi alle brutali lezioni del presente. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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