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OHi Mag Report Geopolitico nr. 239 Teatri operativi, interessi nazionali, potenza marittima e sicurezza energetica
Una nuova architettura geostrategica La definizione dei Teatri Operativi (TT.OO.) nasce come esigenza didattica ma si è affermata come strumento indispensabile nella costruzione di una comune strategia nazionale. La tradizionale suddivisione in sette teatri – cinque marittimi e due continentali – viene superata da una nuova architettura ridotta a cinque: il Mediterraneo Allargato (che ingloba l’Africa occidentale e la parte ovest dell’Oceano Indiano), l’Artico-Boreale, l’Indo-Pacifico, l’Antartico-Australe e l’Heartland, unico teatro terrestre, coincidente con la massa continentale eurasiatica. Questa rimodulazione riflette la mutata realtà internazionale e la crescente rilevanza di dimensioni geografiche un tempo considerate periferiche. Il Mediterraneo Allargato: il teatro di preminente interesse italiano Il Mediterraneo Allargato rappresenta il teatro operativo di maggiore interesse nazionale, l’unica arena in cui l’Italia può esercitare un ruolo genuinamente autonomo, non condizionato dall’influenza europea o statunitense. Si estende dall’Africa occidentale all’India, dall’Europa centrale e dal Caucaso all’Africa equatoriale e all’Oceano Indiano occidentale. È articolato in quattro macro-regioni: Europa, Vicino e Medio Oriente, Continente africano e Asia meridionale. L’Europa mostra una potenza militare inferiore rispetto alle grandi potenze mondiali e ha perso un’opportunità storica non sostituendosi agli USA nei teatri di crisi; le divisioni interne e l’incapacità di muoversi in modo unanime ne inficiano l’efficacia. La presenza turca ai confini sud-orientali dell’Unione ha evidenziato contraddizioni strutturali destinate a perdurare, mentre le situazioni in Ucraina e nel Caucaso rimangono fonti di preoccupazione, anche in relazione ai delicati equilibri energetici che legano l’Europa alla Russia. Il Vicino e Medio Oriente è fortemente caratterizzato dall’estrazione e commercializzazione degli idrocarburi. La rivalità tra Iran e Arabia Saudita è una costante strutturale del teatro, mentre la continuità sciita dal Golfo Persico al Mediterraneo costruita dall’Iran negli anni recenti viene combattuta dai sunniti e israeliani in ogni sede possibile, compreso lo Yemen. La Turchia aspira al ruolo di guida del mondo islamico, posizionandosi in contrasto con Riyadh, mentre l’Egitto esercita una forte influenza culturale nella regione. La conflittualità israelo-palestinese, sebbene in una fase relativamente migliorata grazie ai riconoscimenti da parte di Arabia Saudita ed EAU, rimane una variabile di fondo nel teatro e permarrà tale per molti anni a venire dopo quanto accaduto il 7 ottobre del 2023. Il continente africano vive una crescita economica rilevante che sta aprendo le porte a attori non occidentali: Cina, Russia e Turchia ne contendono l’influenza a USA, Francia e Gran Bretagna, in un quadro di forte instabilità interna, criminalità organizzata e presenza terroristica. La costa orientale dell’Africa sarà sempre più condizionata dagli effetti della Belt & Road Initiative cinese. L’Asia meridionale è dominata dall’India, potenza regionale in cerca di un ruolo globale, storicamente legata alla Russia per le forniture di armamenti ma oggi orientata verso una nuova alleanza con gli USA in chiave anti-cinese. La rivalità India-Pakistan, complicata dal possesso reciproco di armi nucleari anche tattiche, rimane una fonte di instabilità strutturale, mentre la Cina si muove strategicamente nella regione attraverso accordi con Pakistan, Sri Lanka e altri attori. L’Afghanistan, storico luogo di transito dall’interno dell’Eurasia verso l’Oceano Indiano, rimane centrale per le strategie di ogni grande potenza. Lo Heartland, l’Indo-Pacifico e gli altri teatri Lo Heartland – il cuore dell’Asia, comprendente Russia e Cina continentali, le repubbliche centro-asiatiche e i grandi massicci montagnosi – è il teatro della possibile alleanza russo-cinese, più determinata dall’atteggiamento statunitense che da intima convinzione. Russia e Cina condividono politiche estere contigue, interessi comuni e un avversario comune, finché Washington manterrà l’attuale postura nei loro confronti. La Russia ha recuperato un ruolo geopolitico di primo piano attraverso passi programmati e politica della forza militare, soprattutto missilistica; la Cina è invece attore prevalentemente continentale, con interessi sia economici sia di sicurezza nello Heartland, dove la Via della Seta rappresenta la grande opportunità trasformativa dell’area. Il Teatro Indo-Pacifico è arena di competizione tra le grandi potenze, con la Cina determinata nel perseguire i suoi obiettivi strategici nel Mar Cinese Meridionale attraverso la costruzione di installazioni militari e lo sfruttamento delle risorse, ma attenta a non elevare il livello di rischio. L’ASEAN svolge un ruolo fondamentale come forum di gestione delle tensioni regionali, mentre gli USA mantengono una presenza militare radicata sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il Teatro Antartico-Australe e quello Artico-Boreale completano il quadro: il primo è governato dal Trattato Antartico del 1959 e vede una presenza scientifica multinazionale in attesa che lo scioglimento dei ghiacci e l’interesse per le risorse ne moltiplichino la rilevanza strategica; il secondo è di importanza crescente per le rotte commerciali alternative e per le risorse energetiche sottomarine, con Russia, USA e Cina in competizione per l’influenza sull’area. Dagli interessi nazionali allo strumento militare Le teorie delle relazioni internazionali e il caso italiano Prima di affrontare la tutela degli interessi nazionali è necessario comprendere il quadro teorico entro cui essa si sviluppa. La teoria idealista pone al centro gli individui e le istituzioni internazionali: la politica estera è influenzata da cultura, sistema economico e forma di governo, e la tutela degli interessi nazionali è spesso soverchiata dalla difesa dei valori democratici. La teoria realista, al contrario, pone al centro la sovranità dello Stato-nazione inserito in una società internazionale anarchica: non esistono buoni e cattivi, tutti gli Stati si comportano secondo la loro potenza percepita, e gli elementi determinanti sono la sicurezza contro la violenza diffusa e la sovranità. Le politiche estere reali sono il prodotto di entrambe le teorie, con un predominio variabile di ciascuna a seconda delle circostanze. Per l’Italia, la politica estera dal dopoguerra ha assunto una connotazione prevalentemente internazionalista, articolata su tre linee strategiche: atlantista, europeista e mediterranea. Il politologo Angelo Panebianco individua nella storia diplomatica italiana una “tensione costante” tra nazionalismo e internazionalismo, complicata dalla presenza della Santa Sede. La politica estera italiana ha sofferto di due patologie strutturali: l’incapacità di separare i propri “ambiente psicologico” e “ambiente operativo”, ovvero le percezioni dei decisori dalla realtà concreta delle relazioni internazionali; e una “tensione geopolitica irrisolta tra penisola europea e isola mediterranea” che ha sistematicamente penalizzato la dimensione mediterranea. Il risultato è una classe dirigente che ha sempre faticato a enunciare chiaramente gli interessi nazionali, timore che ciò potesse apparire come un ritorno a politiche di potenza incompatibili con il ruolo pacifista assunto nel dopoguerra. Questa reticenza ha avuto conseguenze concrete e misurabili: la perdita di posizioni in aree dove l’Italia aveva investito decenni di presenza diplomatica e commerciale, come Libia, Somalia ed Egitto. Definizione e struttura degli interessi nazionali Hedley Bull, nella sua analisi della società anarchica internazionale, individua tre scopi primari di ogni società: la protezione dalla violenza (Vita), il rispetto degli accordi (Verità) e la stabilità del possesso (Proprietà). Questi tre principi sono alla base della costruzione di qualsiasi ordine sociale e internazionale. Il CeSMar adotta la definizione elaborata dall’Istituto di Studi Militari Marittimi: l’interesse nazionale è “un bene materiale o immateriale da tutelare, legato a esigenze di tipo sociale, politico ed economico”. Gli interessi nazionali, nella loro formulazione generale, corrispondono alle tre aree di esigenza individuate da Bull e si articolano in: promozione dei valori, principi e prestigio dello Stato (Verità); mantenimento di un ordine sicuro per il Paese nel contesto internazionale (Vita); promozione del benessere economico e sociale del popolo (Proprietà). Da questi interessi derivano gli obiettivi strategici, che sono la loro traduzione esplicita e pratica in funzione delle linee guida politiche del momento storico. Gli obiettivi strategici si distinguono dagli interessi per la loro specificità temporale e possono essere primari o secondari, permanenti o temporanei, generali o specifici, di breve o di lungo periodo. Una regola aurea nella loro definizione è evitare scelte velleitarie e inconsistenti: gli obiettivi devono essere calibrati sulle reali capacità dello Stato. L’Italia persegue i suoi interessi politico-sociali prevalentemente in ambito regionale, mentre quelli economici hanno dimensione globale. Le due principali aree di azione sono l’area euro-atlantica, dove l’Italia svolge un ruolo importante ma non decisivo, fortemente condizionato dagli USA e dall’UE, e il Mediterraneo Allargato, dove il Paese può esercitare un’azione politica più indipendente e creativa. Il sistema “a cerchi concentrici” – sopravvivenza (territorio nazionale), sicurezza (Europa meridionale e Mediterraneo geografico), sviluppo (Mediterraneo Allargato) – fornisce la struttura per la pianificazione degli obiettivi in relazione alla loro priorità e al tipo di strumento necessario per conseguirli. Vulnerabilità strutturali del sistema Italia L’analisi strategica dell’Italia rivela un quadro di vulnerabilità strutturali che si sono accumulate nel tempo e che condizionano pesantemente la capacità del Paese di difendere i propri interessi. La vicinanza geografica ad aree di crisi – Balcani, Vicino e Medio Oriente, Nord Africa – si traduce in un’influenza diretta delle loro instabilità sul territorio nazionale, senza che il Paese abbia sviluppato strumenti adeguati per gestirla. L’identità nazionale incompleta, con la sua frammentazione in interessi particolari e locali, ha prodotto una ridotta credibilità internazionale e una limitata capacità di influenza sulle istituzioni europee e internazionali. Le ideologie hanno indebolito il concetto di Patria, rendendo difficile costruire quella coesione attorno agli interessi collettivi che è presupposto di ogni politica estera efficace. Il progressivo ridimensionamento economico dell’Italia è testimoniato da dati impietosi: dal 1994 il debito pubblico si è mantenuto stabilmente tra il 100 e il 120% del PIL, il PIL pro-capite ha perso terreno vistosamente rispetto alla media europea e il peso dell’economia italiana nell’Unione è calato di circa il 10% in un decennio. Il tasso di crescita demografica è tra i più bassi d’Europa, con conseguenze pesanti sulla disponibilità futura di forza lavoro e sulle scelte di politica estera. A tutto ciò si aggiunge una scarsa natalità che indebolisce progressivamente la base demografica del Paese. Queste condizioni si riflettono in una potenza percepita e reale in continuo calo: l’applicazione dell’algoritmo del CeSMar per la misurazione della potenza degli Stati colloca l’Italia al di sotto non solo delle grandi potenze ma anche di attori come Egitto, Iran e persino la Grecia, una situazione che non può essere accettata passivamente. Il mare, rete connettiva e fonte di sviluppo La geografia del potere marittimo Qualsiasi studio di strategia deve prendere le mosse dal mare, che occupa il 71% della superficie terrestre. Dal punto di vista geopolitico il mondo è diviso in tre macro-isole: Americhe, Eurasia-Africa e Antartide. La densità di potenza geopolitica è concentrata nelle prime due: nel Nuovo Mondo il polo centrale è l’America settentrionale, nel Vecchio Mondo i centri sono l’Europa, la Russia, la Cina e l’India. Tutti i principali centri di potenza mondiale si trovano tra i 40° e i 60° di latitudine nord, confermando che le chiavi della potenza geopolitica globale risiedono nell’emisfero boreale. Il mare possiede quattro attributi fondamentali che ne determinano la centralità strategica: l’estensione, l’impossibilità di controllarlo stabilmente, la presenza come risorsa e la funzione di via di comunicazione. Come evidenzia il stratega marittimo Geoffrey Till, il “circolo virtuoso” marittimo – commercio che finanzia la marina, marina che protegge il commercio, ricchezza che finanzia l’industria navale – ha consentito a veneziani, olandesi, inglesi e altri di costruire sistemi economici e di governo più efficaci e culturalmente più ricchi rispetto a chi è rimasto ancorato a una visione continentale. Il dominio del mare è storicamente associato al dominio commerciale e, di conseguenza, politico: da Temistocle a Walter Raleigh, da Mahan a Till, la centralità del potere navale nella costruzione della ricchezza e della sicurezza degli Stati non ha mai smesso di essere affermata e confermata dai fatti. Il mare come risorsa e asse del commercio mondiale Il mare è una cornucopia di risorse: dalla pesca che fornisce il 20% delle proteine animali nella dieta umana, agli idrocarburi offshore che coprono più di un quarto della produzione mondiale di petrolio e gas, all’energia eolica offshore in rapida espansione. Oltre un quarto della produzione di petrolio e gas naturale mondiale proviene da impianti offshore, e le proiezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia indicano una crescita significativa di questa quota entro il 2040, con investimenti programmati nell’ordine di migliaia di miliardi di dollari. La produzione eolica offshore, ancora marginale in termini assoluti, è destinata a crescere di dieci volte entro il 2040 per rispettare gli obiettivi climatici internazionali. Il commercio marittimo rimane lo scheletro dell’economia globale: più dell’80% degli scambi internazionali si svolge via mare, per un volume di oltre 11 miliardi di tonnellate di merci all’anno. Il network del commercio marittimo coinvolge circa 50.000 navi e più di 4.000 porti, con i 30 scali più importanti che gestiscono da soli circa il 50% del traffico mondiale di contenitori. Tra il 1970 e il 2017 i volumi trasportati sono cresciuti da 2,6 a 10,7 miliardi di tonnellate. La connettività marittima, misurata dall’indice LSCI dell’UNCTAD, vede la Cina al primo posto con un indice di 152, seguita da Singapore e Corea del Sud; l’Italia occupa la tredicesima posizione, con un indice di 73 stabile dal 2006. I choke point – Gibilterra, Suez, Stretto di Sicilia, Bab-el-Mandeb, Hormuz, Malacca – sono i nodi attraverso cui transita il 90% dei traffici mondiali e la cui protezione è condizione essenziale per la continuità del commercio globale. Il fondo dei mari ospita inoltre il 97% del traffico dati intercontinentale, attraverso 878.000 chilometri di cavi in fibra ottica. Questi cavi trasportano quotidianamente circa 10 milioni di miliardi di dollari di trasferimenti finanziari e 15 milioni di transazioni. La protezione giuridica di questa infrastruttura critica è altamente deficitaria: la Convenzione UNCLOS non offre strumenti adeguati, e i fasci di cavi sottomarini sono esposti a rotture accidentali, sabotaggi e attacchi cyber. La concentrazione dei cavi in corrispondenza dei choke point li rende bersagli particolarmente vulnerabili. A ciò si aggiunge il crescente fenomeno dell’antropizzazione delle coste: nel 2017 il 40% della popolazione mondiale viveva entro 100 km dal mare, con previsioni che indicano un raggiungimento del 60% entro il 2025, determinando pressioni crescenti sulle risorse costiere e marittime. Il ruolo della potenza nelle relazioni internazionali Il ritorno della potenza come categoria analitica La disputa greco-turca nel Mediterraneo orientale ha riportato in primo piano il tema della potenza come elemento essenziale nella gestione degli affari internazionali. L’analisi di questa crisi permette di estrarre conclusioni di carattere generale: la Turchia si muove come Stato revisionista che vuole modificare lo status quo, forte di una potenza percepita superiore; la Grecia si appella al diritto internazionale e alla solidarietà alleata; altri attori – Francia, Germania, USA, Russia – si posizionano in base ai propri interessi economici e geopolitici. Questo esempio dimostra che gli Stati sono sempre spinti da interessi nazionali nella loro politica estera, che comunicano ammantandola di ideologie positive ma che, come osserva Mearsheimer attraverso la parafrasi di Panebianco, “parlano, quando si riuniscono a porte chiuse, il linguaggio del potere”. Dalla casistica osservata emergono principi di validità generale: gli Stati tendono a comportarsi in modo revisionista, puntando ad aumentare la propria potenza; il caos internazionale spinge alla ricerca della potenza necessaria a contrastare intenzioni aggressive altrui; la sicurezza dipende in ultima analisi dalla propria volontà, poiché le alleanze non garantiscono protezione assoluta; l’acquisizione di potenza da parte di uno Stato genera insicurezza nel vicino, innescando reazioni a catena; gli Stati minacciati tendono ad allearsi contro la comune minaccia, anche in assenza di valori condivisi. Le Forze Armate sono lo strumento di spicco della potenza dello Stato e vengono utilizzate correntemente quale mezzo per l’affermazione della politica estera, normalmente in modo razionale, evitando escalation incontrollabili. La misurazione della potenza: il caso italiano Per calcolare la potenza degli Stati è possibile partire dalla formula di Cline, originariamente elaborata per la CIA durante la crisi di Cuba, che combina PIL, estensione geografica, popolazione, potenza militare, dottrina strategica e volontà nazionale. Il CeSMar ha elaborato un algoritmo più sofisticato che aggiunge il possesso di armi nucleari, la volontà di impiegare le forze sul campo, l’accesso al mare e la capacità expeditionary come fattori discriminanti. L’applicazione di questo algoritmo agli Stati che influenzano il Mediterraneo Allargato produce un risultato inquietante per l’Italia: il Paese si colloca al di sotto di attori la cui potenza economica è sensibilmente inferiore, ma che sono favoriti per potenza militare e volontà politica di impiegarla, come Egitto e Iran. Paesi come USA, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Israele, Turchia, Iran, Arabia Saudita, Egitto e persino la Grecia precedono l’Italia nella graduatoria. La soluzione non consiste solo nell’acquisire Forze Armate più moderne: è necessario investire in tutti i campi, da quello politico a quello economico e culturale. Per lungo tempo l’Italia ha segnato il passo e oggi si ritrova a contare assai meno di un tempo, non essendo sempre percepita come partner credibile e affidabile. La scarsa abitudine a lottare per i propri interessi ha condizionato e condiziona negativamente la percezione internazionale del Paese. Il tempo di investire negli strumenti navali nel quadro del potere marittimo è particolarmente rilevante: le Forze Navali possiedono caratteristiche genetiche che ne fanno il “coltellino svizzero” degli interventi militari – accesso illimitato, mobilità, prontezza operativa, versatilità, autonomia, resilienza, capacità di influenzare gli eventi su terra – attributi che le teorie clausewitziane terra-centriche tendono a sottovalutare ma che sono invece essenziali per uno Stato peninsulare con interessi marittimi vitali come l’Italia. Una strategia energetica nazionale La dipendenza energetica come vulnerabilità strategica Il settore energetico italiano presenta una delle vulnerabilità strategiche più gravi del Paese. Il tasso di dipendenza dalle importazioni estere è stato costantemente vicino all’80% e si avvicina al 100% per le fonti fossili: combustibili solidi al 96,5%, petrolio al 92,6%, gas al 93,5%. Questa dipendenza colloca l’Italia tra gli ultimi in Europa e al penultimo posto tra i grandi Paesi del mondo. La storia della pianificazione energetica nazionale è emblematica della più ampia disfunzione del sistema decisionale italiano: dai cinque Piani Energetici Nazionali del periodo 1975-1988 si è giunti, dopo un vuoto di oltre vent’anni, a tre diversi documenti programmatici nell’arco di soli cinque anni (Governi Monti, Gentiloni e Conte I). Tre strategie in cinque anni, come ha efficacemente commentato il professor Clò, sono “un controsenso e un record mondiale”, poiché negano quelle condizioni di continuità, credibilità e certezza politica che dovrebbero essere il presupposto di qualsiasi strategia di lungo periodo. Le forniture di gas: rischi di concentrazione e prospettive L’analisi delle importazioni di petrolio mostra un riequilibrio positivo rispetto alla storica dipendenza da Africa e Medio Oriente, con la crescita degli approvvigionamenti dai Paesi ex-sovietici (Azerbaijan e Kazakhstan). Tuttavia, questo riequilibrio è avvenuto a scapito delle importazioni dalla Libia: nel quinquennio 2015-2019, rispetto al quinquennio 2006-2010, le importazioni dal Paese nordafricano sono crollate del 76,1%, una disfatta energetica avvenuta con la diretta partecipazione italiana alla guerra contro Gheddafi. La situazione del gas è ancora più preoccupante. La Russia forniva oltre il 45% del fabbisogno nazionale di gas, con trend crescente; Algeria e Russia insieme coprivano il 74,8% delle necessità, una concentrazione strategicamente rischiosa. La Algeria vede le proprie riserve in rapido esaurimento e i propri consumi interni in forte crescita, con prospettive di diventare importatore netto entro vent’anni. Il panorama dei gasdotti è articolato su cinque assi principali: il TAG che porta il gas russo a Tarvisio, il TRANSITGAS con gas olandese e norvegese da Passo Gries (con la scomparsa del gas olandese già avvenuta per esaurimento del giacimento di Groningen), il TRANSMED con il gas algerino a Mazara del Vallo, il Green Stream con il gas libico a Gela, e il nuovo TAP entrato in servizio a fine 2020 con il gas azero a Melendugno. Quest’ultimo rappresenta la principale novità strutturale per la sicurezza energetica italiana, con una capacità iniziale di 10 miliardi di metri cubi annui ampliabile al doppio. Il TAP offre anche la prospettiva di trasformare l’Italia in un hub del gas europeo, con reverse flow verso Austria, Germania e Francia. Gli impianti di rigassificazione aggiungono flessibilità all’approvvigionamento, consentendo di sfruttare il mercato globale del GNL e riducendo la dipendenza da singoli fornitori. La transizione energetica e il rischio di nuove dipendenze La tendenza globale verso la decarbonizzazione è ormai irreversibile, sancita a livello europeo dall’European Green Deal del dicembre 2019 con l’obiettivo di fare dell’Europa il primo continente climaticamente neutro entro il 2050 (al momento attuale sembra che la prospettiva indicata possa essere rivista e i tempi allungati). L’Italia si trova in questo processo in una posizione di partenza svantaggiata rispetto agli altri grandi Paesi europei: ha rinunciato al nucleare e al carbone, è il maggiore importatore netto di energia elettrica dell’Unione, e deve gestire la transizione senza quelle rendite di posizione di cui godono Francia (nucleare) e Germania (carbone da abbandonare con scadenza 2038, la più tardiva d’Europa). La distribuzione del Just Transition Fund – il fondo da 7,5 miliardi di euro destinato ad accompagnare la transizione – è rivelatrice: la Polonia ottiene 2 miliardi, la Germania 877 milioni, la Francia 402 milioni, l’Italia solo 364 milioni, nonostante il Paese si trovi in una posizione strutturalmente più difficile di molti dei beneficiari prioritari. Questo esempio di distribuzione delle risorse europee rivela in modo plastico l’incapacità dell’Italia di influenzare le dinamiche decisionali comunitarie in modo da tutelare i propri interessi. La decarbonizzazione richiederà nel breve termine un incremento dell’impiego di gas naturale come combustibile di transizione – si stima una necessità aggiuntiva di 8 miliardi di metri cubi all’anno – e nel lungo termine una transizione verso rinnovabili, mobilità elettrica e idrogeno. La Sardegna, non ancora metanizzata, rappresenta un caso emblematico della complessità della transizione: la chiusura delle centrali a carbone richiederà la costruzione di impianti di rigassificazione per il rifornimento via mare di GNL. La sfida non è solo tecnica ma politica ed economica: la finanza europea, guidata da istituti francesi come Axa, Crédit Agricole e Amundi, si sta già muovendo in modo coordinato per uscire dal settore dei combustibili solidi, influenzando le scelte delle società energetiche degli altri Paesi attraverso la leva degli investimenti. Un ulteriore segnale della necessità strategica di tutelare l’indipendenza decisionale degli attori economici italiani, non solo diretti ma anche indiretti, preservandone l’appartenenza nazionale. Considerazioni conclusive La geopolitica dell’Italia, come emerge dall’analisi condotta, è caratterizzata da una tensione irrisolta tra potenzialità strutturali di grande rilievo e una classe dirigente che ha sistematicamente mancato di capitalizzarle. La posizione geografica al centro del Mediterraneo, l’accesso diretto alle principali rotte marittime mondiali, i legami storici e culturali con le sponde meridionali e orientali del bacino, la presenza di connazionali in America Latina e nel mondo: tutto ciò configura un patrimonio strategico unico in Europa. Eppure, l’Italia si trova oggi a contare meno di quanto meriterebbe, superata nella graduatoria della potenza da attori con risorse economiche inferiori ma con maggiore volontà politica di impiegarle. Il Mediterraneo Allargato rimane l’area dove l’Italia può ancora giocare un ruolo genuinamente autonomo e costruire una presenza strategica credibile. Ma ciò richiede alcune condizioni preliminari che oggi mancano: una definizione chiara e condivisa degli interessi nazionali, comunicata onestamente alla popolazione invece di nascondersi dietro una retorica pacifista; una strategia energetica stabile e coerente che riduca la dipendenza da singoli fornitori e costruisca le condizioni per diventare hub energetico europeo; uno strumento militare adeguato che includa una componente navale capace di proiettare presenza nei teatri di interesse; e una diplomazia capace di difendere gli interessi italiani nelle sedi europee e internazionali con la stessa determinazione con cui lo fa la Francia o la Germania. Il settore energetico è paradigmatico delle disfunzioni più profonde del sistema Italia: la dipendenza quasi totale dalle importazioni di idrocarburi, il crollo delle forniture libiche per effetto di una guerra combattuta contro i propri interessi, la concentrazione rischiosa sulle forniture di gas da parte di un unico attore geopolitico, la frammentazione della pianificazione strategica in documenti programmatici che si smentiscono l’un l’altro nel giro di pochi anni. La transizione energetica offre un’opportunità per recuperare terreno – trasformando l’Italia in hub del gas, sviluppando le rinnovabili, costruendo nuova capacità di rigassificazione – ma richiede quella continuità di visione e quella tutela degli interessi nazionali nelle sedi europee che hanno fino ad ora brillato per la loro assenza. Come già Rahm Emanuel aveva ammonito in un contesto diverso, le crisi sono opportunità per fare ciò che non si pensava di poter fare prima. Sta all’Italia decidere se continuare a sprecarle o finalmente saperle cogliere.
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