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OHi Mag Report Geopolitico nr. 184 Autori Vari, La Pace Sporca, Limes, Rivista Italiana di Geopolitica, GEDI Gruppo Editoriale, nr. 7/2025 (Mensile di luglio 2025), Lucio Caracciolo La fine delle illusioni: navigare l'era della "pace sporca" Introduzione Il numero 7/2025 della rivista Limes, intitolato "La Pace Sporca", offre una diagnosi cruda e disincantata dell'attuale disordine mondiale. Attraverso un'analisi corale e multidimensionale, la rivista smantella le illusioni post-Guerra Fredda, decretando la fine dell'era unipolare e del paradigma della "pace giusta". Quest'ultima, concepita come l'imposizione di un ordine morale da parte di un egemone benevolo, viene descritta come un ossimoro, un'utopia pericolosa che, nel tentativo di eliminare ogni ingiustizia, finisce per generare guerre permanenti. Al suo posto, Limes propone il concetto di "pace sporca": un compromesso pragmatico, imperfetto e spesso moralmente ambiguo, fondato non su valori universali ma sul riconoscimento di un brutale equilibrio di potenza. È una pace che necessita manutenzione, che richiede di "sporcarsi le mani" per oliare le frizioni tra interessi contrapposti. In un mondo gravido di apocalisse, dove la competizione tra Stati Uniti, Cina e Russia ridefinisce le geometrie del potere e dove potenze regionali come Turchia e India rivendicano il proprio spazio, la "pace sporca" non è un'opzione, ma l'unica, difficile via per scongiurare la catastrofe globale e gestire una transizione egemonica carica di pericoli. Radiografia di un mondo in frantumi Il corpo centrale della rivista si apre con l'editoriale di Lucio Caracciolo, "Fiat mundus pereat iustitia", che funge da chiave di volta per l'intero numero. Viene decostruita la retorica della "pace giusta", vista come l'illusione del vincitore che, per mitigare le conseguenze di un conflitto, impone la propria fine delle ostilità. La storia, si argomenta, è un continuum di conflitti e tregue, e l'alternativa realistica alla guerra totale è una pace imperfetta, "sporca" appunto, che accetta compromessi incerti e ambigui pur di preservare la vita. Questa cornice teorica viene poi applicata all'analisi della scena mondiale, dominata dal triangolo strategico tra Stati Uniti, Cina e Russia. Gli Stati Uniti sono descritti come un impero in piena crisi identitaria, un fenomeno che la rivista etichetta come "il boomerang americano". L'America, un tempo faro del progresso e garante dell'ordine liberale, è ora una nazione profondamente divisa, afflitta da una "sconfitta dell'Occidente" che è prima di tutto interiore. La sua società, diagnosticata come oligarchica e nichilista, si sta disgregando, minata da una profonda crisi di coesione sociale. Questa debolezza interna si riflette in una postura internazionale incerta. L'amministrazione Trump, analizzata in dettaglio, rappresenta il tentativo di passare da un egemonia globale a un impero più circoscritto, focalizzato sulla difesa della propria sfera d'influenza nell'emisfero occidentale e sulla gestione pragmatica dei rapporti con le altre grandi potenze. Punto nevralgico di questa strategia è l'Indo-Pacifico, dove l'isola di Guam emerge come perno insostituibile e vulnerabile della proiezione di potenza americana, un potenziale "Pearl Harbor" del XXI secolo. La Cina, d'altro canto, persegue una strategia informata dall'antico gioco del weiqi: un accerchiamento graduale e metodico. Pechino non cerca lo scontro frontale, ma punta a superare l'America attraverso una manovra avvolgente che combina influenza economica (le Nuove Vie della Seta), pressione militare mirata (attorno a Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale) e dominio tecnologico. La Repubblica Popolare si presenta come campione di un nuovo ordine multipolare, cercando di erodere l'egemonia statunitense senza innescare una guerra aperta. Le sue rivendicazioni marittime, basate su linee storiche contestate, mirano a trasformare i mari circostanti in un lago strategico, proiettando la sua influenza ben oltre la "prima catena di isole". La Russia, infine, è descritta come una grande potenza eurasiatica definita dal suo prostranstvo, il suo immenso e vulnerabile spazio terrestre. Storicamente esposta alle invasioni, la Russia ha sviluppato una cultura strategica incentrata sulla difesa della profondità territoriale e sulla proiezione di potenza verso le sue periferie. L'attuale conflitto in Ucraina è interpretato come una reazione violenta all'espansione della NATO e un tentativo disperato di impedire che un paese percepito come storicamente e culturalmente affine diventi un avamposto ostile. L'alleanza con la Cina è pragmatica e dettata dalla necessità di controbilanciare la pressione americana, ma è un'intesa carica di diffidenze e asimmetrie, in cui Mosca rischia di diventare il partner minore. Su questo scacchiere si muovono le potenze regionali, che cercano di sfruttare la competizione tra i Grandi per i propri fini. La Turchia persegue un sogno neo-imperiale, proiettando la sua influenza dall'Africa al Caucaso. L'India compie "acrobazie" diplomatiche per bilanciare i rapporti con Washington, Mosca e Pechino, ambendo a diventare il quarto polo di un mondo multipolare. Il Giappone, sentendosi esposto e dubitando dell'impegno americano, si arma per garantirsi un'autonomia strategica. Conseguenze geopolitiche La conseguenza geopolitica più evidente descritta da Limes è la fine definitiva dell'ordine unipolare a guida statunitense. Il mondo non è più governato da un singolo centro di potere, ma è frammentato in sfere di influenza in competizione. Questa transizione non sta conducendo a un ordinato "concerto delle potenze" sul modello ottocentesco, bensì a una condizione più caotica e instabile, che la rivista definisce "Caoslandia". La mappa "Caoslandia versus Ordolandia" illustra plasticamente questa divisione: un "mondo dell'ordine" (Nord America, Europa occidentale, Australia), sempre più piccolo e sulla difensiva, assediato da un vasto e turbolento "mondo del caos" che si estende dall'Africa al Medio Oriente fino al cuore dell'Eurasia. In questo nuovo assetto, si assiste alla formazione di blocchi fluidi e pragmatici. Da un lato, il blocco occidentale, o "euroatlantico", guidato dagli Stati Uniti, che cerca faticosamente di mantenere la propria coesione interna e di contenere l'ascesa dei rivali. Dall'altro, un asse sino-russo, non un'alleanza formale ma un partenariato strategico basato sull'obiettivo comune di ridimensionare il potere americano. Questo schema non è rigido come quello della Guerra Fredda; è una "geometria variabile" in cui le lealtà sono strumentali e soggette a continui rinegoziati. La frammentazione del potere globale concede inoltre ampi margini di manovra alle potenze regionali. Attori come Turchia, Iran, India e Giappone non sono più semplici pedine, ma soggetti attivi che perseguono agende autonome, spesso in contrasto con gli interessi dei loro stessi alleati maggiori. La Turchia, membro della NATO, agisce in Siria, Libia e nel Caucaso con una logica imperiale che sfida apertamente tanto gli interessi russi quanto quelli americani. L'India, pur avvicinandosi strategicamente agli USA nel Quad, mantiene una solida partnership con la Russia e un complesso rapporto di rivalità e interdipendenza con la Cina. Questo porta a una geopolitica multi-livello, dove le dinamiche globali si intrecciano con rivalità regionali sempre più accese e autonome. Conseguenze Strategiche Sul piano strategico, il passaggio alla "pace sporca" implica un ritorno al realismo più classico. L'idealismo wilsoniano e la dottrina della "responsabilità di proteggere" lasciano il campo a un calcolo spietato degli interessi nazionali e della forza militare. La strategia non è più al servizio di un ordine morale, ma uno strumento per la sopravvivenza e l'affermazione dello Stato in un ambiente anarchico. La conseguenza più pericolosa è l'innalzamento della soglia del rischio. In un mondo senza un "gendarme" riconosciuto, i conflitti regionali possono più facilmente degenerare in scontri tra grandi potenze. La rivista identifica tre principali focolai di guerra: l'Ucraina, l'Indo-Pacifico (con epicentro Taiwan) e il Medio Oriente allargato. La guerra in Ucraina viene presentata come un laboratorio delle nuove dinamiche strategiche: un conflitto convenzionale ad alta intensità che funge da guerra per procura tra Russia e NATO, e indirettamente tra l'asse eurasiatico e il blocco occidentale. Qui si testa la resilienza industriale, la coesione delle alleanze e la volontà politica di sostenere uno sforzo bellico prolungato. Nell'Indo-Pacifico, la strategia americana si concentra sul contenimento marittimo della Cina, rafforzando la "prima catena di isole" e consolidando l'arcipelago di basi che culmina in Guam. La strategia cinese, ispirata al weiqi, risponde con una manovra di "contro-accerchiamento", sviluppando capacità anti-access/area denial (A2/AD) per neutralizzare la supremazia navale statunitense e proiettando la propria influenza economica e politica lungo le Nuove Vie della Seta per aggirare il blocco marittimo. In questo contesto, la deterrenza nucleare torna a essere un elemento centrale, ma in un quadro molto più complesso e instabile rispetto alla Guerra Fredda. La combinazione, paventata nell'editoriale, tra armi nucleari e intelligenza artificiale apre scenari di "olocausto atomico incentivato da qualche algoritmo semiautomatico", dove la velocità della decisione tecnologica potrebbe scavalcare il controllo politico umano, portando a un'escalation incontrollabile. Conseguenze Marittime Le conseguenze marittime del nuovo disordine globale sono centrali nell'analisi di Limes. Il controllo delle rotte commerciali e dei punti di strangolamento (chokepoints) torna a essere il cuore della grande strategia. L'Indo-Pacifico si conferma come il teatro marittimo decisivo del XXI secolo, dove si gioca la partita per l'egemonia globale. La strategia americana è intrinsecamente marittima: si fonda sulla sua capacità di controllare gli oceani e di proiettare potenza dalle sue portaerei. La mappa de "L'Impero Americano" mostra chiaramente come le flotte USA (in particolare la VII nel Pacifico occidentale e la III nel Pacifico orientale) formino un cordone sanitario attorno al continente eurasiatico. La sfida della Cina è, di conseguenza, primariamente navale. Gli autori ritengono che per diventare una potenza globale, Pechino debba trasformarsi da potenza continentale a talassocrazia. Ciò implica la costruzione di una marina d'altura (blue-water navy) in grado di rompere l'accerchiamento della prima catena di isole, proteggere le sue vitali linee di comunicazione marittima (SLOCs) attraverso lo Stretto di Malacca e l'Oceano Indiano, e proiettare potenza a livello globale. La costruzione di basi navali all'estero, come quella a Gibuti, e il potenziamento di porti lungo le Vie della Seta Marittima sono passi fondamentali in questa direzione. Questa strategia fu seguita dalla Germania contro la Gran Bretagna e dalla Unione Sovietica contro gli USA. In entrambi la geografia condannava gli stati continentali e il continente euroasiatico era comunque diviso in quanto sia la Gran Bretagna sia gli USA potevano contare su alleati pronti a combattere sul continente (Francia e Russia contro la Germania ed Europa e Turchia contro l’URSS). Forse oggi la situazione potrebbe essere diversa se l’Eurasia fosse più coesa di quanto sia al momento (la politica USA attuale non aiuta a tenere vicine Europa e USA). In quel caso Cina e Russia dovrebbero assicurare un potere marittimo non basato su una flotta d’alto mare (comunque sempre inferiore a quella USA, ma costosa in termini di risorse economiche) ma una tesa ad ostacolare il potere marittimo statunitense con mezzi adeguati a questo scopo. Ciò che conta per Russia e Cina è poter difendere i nodi e le reti di interesse, impedendo alla US Navy di ostacolare i loro progetti. La massima di MacKinder torna quanto mai appropriata in una situazione come quella attuale. La vulnerabilità di Guam, descritta come il "perno Usa nell'Indo-Pacifico", evidenzia la centralità della dimensione marittima e missilistica. Un attacco a Guam non sarebbe solo un'operazione militare, ma un colpo mortale alla credibilità della potenza navale americana, con l'obiettivo di paralizzare la sua capacità di intervento in difesa di alleati come Taiwan o il Giappone. Inoltre, lo scioglimento dei ghiacci artici apre una nuova frontiera marittima. La "Via della Seta Polare" sostenuta dalla Cina e la rotta del Mare del Nord controllata dalla Russia diventano alternative strategiche alle rotte tradizionali, creando un nuovo spazio di competizione per il controllo delle risorse e delle vie di navigazione. Conseguenze per l'Italia Per l'Italia, le conseguenze di questo scenario sono dirette e profonde. Geograficamente, il nostro paese si trova al centro del "Mediterraneo allargato", un'area che Limes descrive come la faglia di collisione tra l'Europa e il mondo afro-asiatico, tra "Ordolandia" e "Caoslandia". L'Italia non è più la periferia meridionale dell'Europa, ma la frontiera esposta di un Occidente in ritirata. L'instabilità in Libia, nel Sahel, nel Levante e le tensioni nel Mar Nero e nei Balcani si ripercuotono direttamente sulla nostra sicurezza nazionale attraverso flussi migratori incontrollati, minacce terroristiche e insicurezza energetica. Strategicamente, l'Italia si trova di fronte a un dilemma. Come membro fondatore della NATO e dell'UE, è saldamente ancorata al blocco euroatlantico. Tuttavia, la crescente assertività di potenze regionali come la Turchia nel Mediterraneo orientale e in Nord Africa sfida direttamente gli interessi nazionali italiani. In un contesto di relativo disimpegno americano dall'area, l'Italia rischia di trovarsi da sola a fronteggiare attori più dinamici e spregiudicati. La "pace sporca" significa che l'Italia dovrà imparare a difendere i propri interessi con maggiore autonomia e pragmatismo, anche a costo di frizioni con gli alleati tradizionali. Economicamente, l'Italia, come l'Europa intera, subisce le conseguenze della competizione sino-americana. La de-globalizzazione e la frammentazione delle catene di valore colpiscono duramente un'economia trasformatrice e orientata all'export come la nostra. La necessità di scegliere tra il blocco tecnologico ed economico americano e quello cinese pone le nostre imprese di fronte a scelte difficili e costose. In questo quadro, l'Italia deve riscoprire la propria vocazione marittima e mediterranea, non come ambizione nostalgica, ma come necessità strategica per garantire la propria prosperità e sicurezza in un mondo sempre più competitivo e frammentato. Conclusioni e Raccomandazioni Il mondo descritto da Limes è un luogo pericoloso, privo di certezze e dominato da una competizione spietata per il potere. L'era delle illusioni è finita. La conclusione principale che emerge dalla lettura è che la sopravvivenza e la stabilità non deriveranno dall'affermazione di principi morali superiori, ma dalla capacità di gestire pragmaticamente i conflitti di interesse attraverso la diplomazia, la deterrenza e, quando necessario, la forza limitata. La "pace sporca" non è un ideale a cui tendere, ma la condizione esistenziale della geopolitica odierna. Da questa diagnosi derivano alcune raccomandazioni implicite ed esplicite. In primo luogo, per le potenze occidentali, è necessario abbandonare la pretesa di esportare il proprio modello politico e sociale. Questo approccio, oltre a essere inefficace, genera risentimento e unisce i rivali. La coesistenza con sistemi politici e valoriali diversi, anche se sgradevoli, è un prerequisito per la stabilità. In secondo luogo, la gestione del triangolo USA-Cina-Russia deve essere la priorità assoluta. Evitare uno scontro diretto tra queste potenze è l'imperativo categorico. Ciò richiede un difficile equilibrio tra contenimento e dialogo, evitando di spingere Russia e Cina in un'alleanza monolitica e cercando, ove possibile, di sfruttarne le divergenze di interesse a lungo termine. Infine, per l'Italia e l'Europa, la raccomandazione è quella di sviluppare una maggiore autonomia strategica. Non si può più fare affidamento incondizionato sull'ombrello americano, che si sta ritirando per concentrarsi sulla sfida con la Cina. L'Europa deve investire maggiormente nella propria difesa, sviluppare una politica estera più coesa e assertiva, e dotarsi degli strumenti per proteggere i propri interessi nel suo vicinato meridionale e orientale. Imparare a praticare l'arte della "pace sporca" è, in ultima analisi, la sfida più grande per una civiltà, come quella europea, che per decenni ha creduto di poter vivere al di fuori della storia. Come Limes ci ricorda, la storia è tornata, e bussa violentemente alle nostre porte. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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