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OHi Mag Report Geopolitico nr. 233 DIECI PRINCIPI GUIDA PER IL DOMINIO MARITTIMO
Riferimenti Autori vari, "Notes to the CNO" (serie di saggi), CIMSEC (Center for International Maritime Security), 2025, disponibile su www.cimsec.org Introduzione La Marina degli Stati Uniti si trova oggi a un punto di svolta epocale, chiamata a confrontarsi con una costellazione di sfide che minacciano la sua tradizionale supremazia sui mari. Il CIMSEC ha recentemente pubblicato una serie di brevi saggi indirizzati all'Ammiraglio Daryl Caudle, nuovo Chief of Naval Operations della U.S. Navy, nei quali esperti, analisti e operatori hanno espresso liberamente le proprie visioni sui problemi più urgenti che la Marina americana deve affrontare. Questi contributi, che spaziano dalla struttura delle forze alla strategia navale, dall'innovazione tecnologica alla leadership, convergono su un punto fondamentale: l'urgenza di un cambiamento radicale. La crescita inarrestabile della Marina cinese, che entro il 2025 raggiungerà oltre 300 navi contro le 290 statunitensi, l'erosione del vantaggio tecnologico occidentale, le lezioni dei recenti conflitti in Ucraina e nel Mar Rosso, e la persistente inerzia burocratica impongono alla leadership navale americana di ripensare paradigmi consolidati e di abbracciare una trasformazione profonda per garantire la dominanza marittima nelle prossime decadi. Un appello per una trasformazione radicale La serie di saggi pubblicati da CIMSEC rappresenta un appello corale e articolato alla trasformazione della U.S. Navy. Gli autori identificano dieci principi guida interconnessi che dovrebbero orientare l'azione del nuovo Chief of Naval Operations in un contesto di crescente competizione tra grandi potenze. Il primo e più urgente di questi principi riguarda la necessità di una leadership trasformativa capace di rompere l'inerzia istituzionale. Chris Rielage sottolinea come la burocrazia soffocante e la resistenza al cambiamento impediscano alla Marina di adattarsi con la velocità necessaria per contrastare la rapida modernizzazione cinese. La cosiddetta "finestra Davidson 2027" – il periodo critico entro il quale la Cina potrebbe tentare un'azione militare su Taiwan – si chiude rapidamente, e l'urgenza di agire è palpabile. Il secondo principio fondamentale evidenziato dagli autori concerne la ridefinizione della narrativa strategica. Peter Dombrowski sottolinea come per troppo tempo la comunicazione pubblica della Marina sia stata dominata da scandali, ritardi nei programmi di acquisizione e incidenti operativi. È necessario articolare una visione chiara che presenti le Distributed Maritime Operations non semplicemente come una tattica, ma come una filosofia operativa complessiva che consenta la "dispersione con effetti concentrati", complicando il processo decisionale degli avversari. Paul Nickell propone lo sviluppo di un documento dottrinale conciso, denominato NDP-1.1 e modellato sul celebre MCDP-1 dei Marine Corps, che codifichi una filosofia di guerra centrata sul marinaio e sul processo decisionale decentralizzato. Il terzo principio affrontato riguarda l'accelerazione del teaming uomo-macchina, particolarmente nei Maritime Operations Centers. Michael Posey sottolinea come questi centri rappresentino gli hub nevralgici per la gestione di flussi massicci di dati multi-dominio in conflitti contro avversari sempre più dotati di capacità di intelligenza artificiale. È fondamentale sviluppare strumenti di AI trasparenti che aumentino, piuttosto che sostituire, il giudizio umano, mentre Nicholas Kristof evidenzia la necessità di sistemi resilienti in ambienti contestati. Richard Mosier propone l'integrazione delle capacità della Space Force, in particolare il Long Range Kill Chain per il tracciamento continuo dei bersagli mobili, mentre Alan Brechbill enfatizza il ruolo cruciale delle capacità di Counter-Command, Control, Communications, Computers, Combat Systems, Intelligence, Surveillance, Reconnaissance, and Targeting per interrompere i sensori avversari. La prontezza operativa costituisce il quarto pilastro della trasformazione proposta. Gli incidenti navali del 2017, che portarono alla perdita di diciassette vite umane nelle collisioni del USS Fitzgerald e del USS John S. McCain, evidenziarono carenze critiche nella formazione e nella manutenzione. Vince Vanterpool sottolinea la necessità di addestrarsi specificamente per le tattiche della "zona grigia", quel limbo operativo tra pace e guerra dove si svolgono sempre più frequentemente le competizioni tra grandi potenze. John Cordle insiste sull'importanza di revisioni olistiche e trasparenti dei "near-misses", mentre Ryan Walker propone ottimizzazioni radicali nei cantieri navali attraverso l'adozione di schemi di lavoro innovativi che possano aumentare la produttività senza compromettere il benessere del personale. Il rafforzamento delle alleanze rappresenta il quinto principio fondamentale. Nella regione dell'Indo-Pacifico, dove la Cina proietta crescentemente la sua influenza, le alleanze non sono un'opzione ma un moltiplicatore di forza indispensabile. Renato Scarfi sottolinea l'importanza della presenza europea nell'Oceano Indiano, mentre Jason Lancaster propone forme non convenzionali di diplomazia pubblica, come eventi sportivi, per rafforzare i legami culturali con le nazioni del Pacifico. James Kraska evidenzia inoltre la preparazione legale come elemento cruciale per operare in conformità con il diritto internazionale e per affrontare le sfide legali poste da attori statali e non statali. Il targeting delle capacità C4ISR cinesi costituisce il sesto principio strategico. La capacità della Cina di imporre una strategia Anti-Access/Area Denial è fortemente dipendente dalla sua rete di comando, controllo, comunicazioni, computer, intelligence, sorveglianza e ricognizione. Nicholas Weising e Craig Koerner sottolineano l'importanza di colpire questa rete per negare le capacità di targeting missilistico e di sorveglianza dell'avversario. L'unificazione dell'educazione navale rappresenta il settimo principio: Jacob Wiencek e Paul Nickell sottolineano come una forza navale superiore non sia solo questione di hardware, ma di "wetware" – la qualità intellettuale e cognitiva dei marinai. È necessario un sistema educativo navale coeso che unifichi la formazione dall'ammissione all'Accademia Navale fino al livello di ammiraglio. La resilienza operativa contro i missili intelligenti costituisce l'ottavo principio. La proliferazione di missili ipersonici e intelligenti rappresenta una minaccia significativa per le piattaforme legacy della Marina. È necessario prioritizzare la progettazione di piattaforme navali con basse firme e la capacità di operare in modalità evasiva, mentre si sviluppano sistemi avanzati di guerra elettronica e cibernetica per interrompere attivamente i sensori avversari. L'ottimizzazione dei cantieri navali rappresenta il nono principio: i ritardi nella manutenzione e nella costruzione delle navi sono un problema cronico che mina la sostenibilità della flotta. Infine, il decimo principio riguarda lo sviluppo di capacità spaziali per garantire il dominio multi-dominio, riconoscendo lo spazio come un dominio di guerra cruciale interconnesso con tutte le altre aree operative. Conseguenze geopolitiche Le raccomandazioni contenute nei saggi del CIMSEC riflettono e al contempo amplificano le profonde trasformazioni in atto nell'equilibrio geopolitico globale. La crescita della Marina cinese non è semplicemente una questione numerica, ma rappresenta la manifestazione navale di un più ampio processo di riassetto del sistema internazionale. Per oltre settant'anni, la supremazia marittima statunitense ha costituito il fondamento materiale dell'ordine liberale internazionale, garantendo la libertà di navigazione, proteggendo le rotte commerciali globali e proiettando potenza in ogni angolo del pianeta. Questa supremazia è oggi messa in discussione per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, non da un competitor ideologico come l'Unione Sovietica, ma da una potenza revisionista che opera all'interno del sistema economico globale mentre ne contesta le basi politiche e strategiche. L'ascesa della Cina come potenza marittima globale ridefinisce i calcoli strategici di tutti gli attori regionali nell'Indo-Pacifico. Nazioni come Giappone, Corea del Sud, Australia, India e le nazioni del Sud-Est asiatico si trovano a dover ricalcolare costantemente l'equilibrio tra i vantaggi economici dell'integrazione con la Cina e le preoccupazioni strategiche legate alla sua crescente assertività. Il rafforzamento delle alleanze proposto dagli autori del CIMSEC non è quindi semplicemente una questione di condivisione del carico operativo, ma risponde a una necessità esistenziale: costruire una rete di partenariati che possa bilanciare collettivamente la crescente influenza cinese. La presenza navale europea nell'Indo-Pacifico, caldeggiata da Scarfi, rappresenta in questo senso un tentativo di globalizzare la risposta a una sfida che, pur essendo primariamente regionale, ha implicazioni sistemiche globali. La competizione navale sino-americana si inserisce inoltre in un contesto più ampio di erosione delle norme internazionali e di crescente frammentazione del sistema multilaterale. La Cina contesta selettivamente elementi chiave del diritto del mare, in particolare attraverso le sue rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale, mentre sviluppa nuove forme di coercizione marittima che operano sotto la soglia del conflitto armato – la cosiddetta "zona grigia" identificata da Vanterpool. Questa modalità operativa mette in crisi i tradizionali meccanismi di deterrenza occidentali, progettati per scenari di conflitto chiaramente definiti piuttosto che per questa ambigua area intermedia. La necessità di preparare la forza per operazioni nella zona grigia riflette quindi una sfida geopolitica più ampia: come rispondere efficacemente a forme di competizione che sfruttano deliberatamente le ambiguità del sistema internazionale. L'enfasi sulla preparazione legale evidenziata da Kraska assume inoltre un significato geopolitico particolare. In un'era di crescente contestazione delle norme internazionali, la capacità della Marina americana di operare in stretta conformità con il diritto del mare e il diritto internazionale bellico non è solo una questione di legalità, ma uno strumento di potere e legittimazione. La Cina ha dimostrato notevole abilità nel mobilitare il linguaggio del diritto internazionale per giustificare le proprie azioni, pur violandone sostanzialmente lo spirito. La risposta occidentale deve quindi combinare fermezza operativa con irreprensibilità legale, trasformando il rispetto del diritto internazionale in un vantaggio competitivo che rafforzi la posizione degli Stati Uniti come garante di un ordine basato su regole piuttosto che sulla forza. L'attenzione al diritto del mare non è quindi una limitazione delle opzioni operative, ma un moltiplicatore di legittimità che facilita la costruzione di coalizioni e isola diplomaticamente gli attori che violano le norme condivise. Conseguenze strategiche Sul piano strategico, i principi delineati dai contributori del CIMSEC implicano una profonda revisione della teoria e della pratica della deterrenza navale. La deterrenza tradizionale si è storicamente basata sulla capacità di proiettare potenza schiacciante attraverso carrier strike groups e submarine force, mantenendo una superiorità qualitativa che compensasse eventuali inferiorità numeriche. Questo paradigma è oggi messo in discussione dalla combinazione di superiorità numerica cinese, missili ipersonici, sistemi A2/AD avanzati e capacità di negazione dello spazio. La risposta proposta – una flotta ibrida basata su piattaforme distribuite, più piccole e più numerose, integrate con sistemi unmanned – rappresenta un cambiamento di paradigma strategico fondamentale: dalla concentrazione di potenza alla distribuzione della letalità, dalla qualità delle singole piattaforme alla resilienza del sistema complessivo. Questo shift strategico ha implicazioni profonde per la dottrina operativa. Le Distributed Maritime Operations, centrali nella visione articolata da Dombrowski, non sono semplicemente una nuova tattica ma una riconfigurazione del rapporto tra concentrazione e dispersione delle forze. Storicamente, la Marina ha oscillato tra questi due poli: la concentrazione massimizza la potenza di fuoco locale ma crea vulnerabilità catastrofiche, mentre la dispersione aumenta la resilienza ma dilui la capacità di generare effetti decisivi. Le DMO cercano di risolvere questa tensione attraverso l'integrazione tecnologica: piattaforme disperse che possono rapidamente concentrare effetti attraverso reti di comando e controllo avanzate e capacità di targeting distribuite. Questo richiede però una trasformazione culturale profonda, perché sfida l'istinto naturale dei comandanti navali di concentrare le forze sotto il loro diretto controllo. La centralità del teaming uomo-macchina e dell'intelligenza artificiale nei Maritime Operations Centers rappresenta un'altra trasformazione strategica fondamentale. La guerra navale moderna è sempre più una competizione di cicli decisionali: chi riesce a compiere più rapidamente il ciclo osservare-orientare-decidere-agire (il ciclo OODA di John Boyd) ottiene un vantaggio decisivo. In conflitti caratterizzati da migliaia di sensori, piattaforme e armamenti distribuiti su domini multipli – dalla superficie al fondale oceanico, dall'atmosfera allo spazio – il volume e la velocità dei dati superano ampiamente le capacità cognitive umane. L'AI diventa quindi non un lusso ma una necessità esistenziale per sintetizzare informazioni, identificare pattern, suggerire opzioni e accelerare il processo decisionale. La sfida strategica è però quella di mantenere il giudizio umano al centro di questo processo, evitando sia l'eccessiva dipendenza da sistemi che potrebbero essere compromessi o ingannati, sia la sottoutilizzazione di capacità che potrebbero fornire vantaggi decisivi. L'enfasi sul targeting delle capacità C4ISR avversarie riflette inoltre una comprensione matura della natura sistemica della guerra moderna. Le catene di kill chain contemporanee – dalla rilevazione del bersaglio al suo ingaggio cinetico – sono altamente dipendenti da reti distribuite di sensori, processori e armamenti. Interrompere questa catena in qualsiasi punto può negare all'avversario la capacità di generare effetti, anche se mantiene piattaforme e armamenti intatti. Questo suggerisce una strategia di conflitto che prioritizza gli attacchi non cinetici (guerra elettronica, cyber, inganno) contro i nodi critici delle reti avversarie, cercando di "accecare" il nemico prima di affrontarlo direttamente. Alan Brechbill sintetizza questa visione nel concetto di "Sink the Kill Chain" – non affondare le navi nemiche, ma smantellare la loro capacità di utilizzarle efficacemente. Questa rappresenta una profonda revisione della concezione tradizionale della battaglia navale, che si sposta dal dominio fisico al dominio informativo e cognitivo. Conseguenze marittime Sul piano specificamente marittimo, le raccomandazioni del CIMSEC implicano una riconfigurazione profonda della composizione e dell'impiego della flotta. L'accelerazione nella costruzione di small warships, caldeggiata da Gallup e DiDonato, non è semplicemente una questione di economia o di numeri, ma riflette una comprensione evoluta della geometria della guerra navale moderna. Le grandi piattaforme legacy – carrier, cruiser, destroyer – offrono enormi capacità ma presentano firme facilmente rilevabili e costituiscono bersagli ad alto valore la cui perdita avrebbe conseguenze catastrofiche tanto operative quanto politiche. Le small warships, al contrario, sono più difficili da rilevare, meno costose da perdere, più rapidamente producibili e possono essere schierate in numeri che complicano drammaticamente il problema del targeting avversario. Questa trasformazione della flotta richiede però una revisione delle dottrine operative, delle strutture di comando e persino della cultura organizzativa della Marina, storicamente centrata sulle grandi piattaforme e sul loro prestigio. L'integrazione di sistemi unmanned – sia di superficie che subacquei – rappresenta un'altra trasformazione fondamentale della guerra marittima. Craig Koerner evidenzia il potenziale dei droni "expendable" come parte integrante della dottrina operativa: possono agire come esche, sensori avanzati, ripetitori di comunicazioni o piattaforme di attacco a basso costo, aumentando drammaticamente la profondità del magazine della flotta senza richiedere equipaggi esposti al rischio. L'integrazione efficace di questi sistemi richiede però la risoluzione di sfide tecniche significative – dall'autonomia energetica alla resilienza delle comunicazioni, dalla capacità decisionale autonoma all'interoperabilità con piattaforme equipaggiate. Più fondamentalmente, richiede un cambiamento culturale: accettare che sistemi non equipaggiati possano svolgere missioni tradizionalmente affidate a marinai, con tutte le implicazioni etiche, legali e operative che questo comporta. La questione della manutenzione e dei cantieri navali, apparentemente tecnica, ha profonde implicazioni marittime strategiche. Una flotta è potente quanto la sua disponibilità operativa: navi in manutenzione prolungata o ritardata sono navi che non contribuiscono alla deterrenza o alla proiezione di potenza. I cronici ritardi nei cantieri navali americani, tanto pubblici quanto privati, erodono sistematicamente la prontezza della flotta. Le proposte di Walker per ottimizzare i cicli di lavoro, creare forze di riserva specializzate e applicare i principi delle lezioni apprese ai cantieri rappresentano tentativi di affrontare un problema strutturale che richiede soluzioni altrettanto strutturali. La sfida è particolarmente acuta per i sottomarini, dove i ritardi nella manutenzione sono diventati endemici e compromettono la capacità di mantenere la rotazione operativa necessaria. Senza cantieri efficienti, anche la flotta numericamente più grande e tecnologicamente più avanzata rischia di vedere una porzione significativa delle sue unità permanentemente indisponibili. L'enfasi sulla resilienza operativa contro i missili intelligenti riflette inoltre una cruda realtà della guerra marittima moderna: la vulnerabilità delle piattaforme navali di superficie è drammaticamente aumentata. I missili ipersonici cinesi DF-21D e DF-26, denominati "carrier killers", rappresentano una minaccia esistenziale per le carrier strike groups che costituiscono il fulcro della proiezione di potenza navale americana. La risposta non può essere solo difensiva – migliorare le difese aeree e missilistiche – ma deve essere anche offensiva (colpire i sensori e i sistemi di comando e controllo che guidano questi missili) ed evasiva (ridurre le firme, operare in modalità dispersa, utilizzare l'inganno). Questo richiede una rivoluzione nel design navale, privilegiando caratteristiche come la bassa osservabilità e la manovrabilità rispetto alla potenza di fuoco concentrata. Implica inoltre un ripensamento dell'impiego delle carrier: da piattaforme che operano relativamente vicino alle coste nemiche a hub di comando e controllo che operano a distanza di sicurezza, lanciando mezzi unmanned per le missioni più rischiose. Conseguenze per la Marina Militare Per l'Italia, membro fondamentale della NATO e potenza navale regionale con interessi globali, le trasformazioni in atto nella U.S. Navy e le sfide identificate dal CIMSEC hanno implicazioni profonde e multidimensionali. In primo luogo, la crescente focalizzazione americana sull'Indo-Pacifico inevitabilmente riduce la presenza e l'attenzione degli Stati Uniti nel Mediterraneo. Questa regione, tradizionalmente considerata un "lago americano" nel contesto dell'alleanza atlantica, potrebbe vedere una graduale riduzione della presenza navale statunitense, creando un gap che le marine europee, Italia in primis, dovranno colmare. Il Mediterraneo orientale, teatro di crescenti tensioni tra Turchia, Grecia, Cipro e altri attori regionali, e crocevia di interessi russi, cinesi e di potenze del Golfo, richiede una presenza navale qualificata che garantisca la stabilità e protegga gli interessi nazionali ed europei. L'enfasi sulla costruzione di alleanze nell'Indo-Pacifico, proposta da Scarfi e altri contributori del CIMSEC, offre all'Italia un'opportunità strategica significativa. La Marina Militare italiana possiede capacità qualitative elevate e una tradizione operativa riconosciuta internazionalmente. Una presenza navale italiana nell'Indo-Pacifico, coordinata con alleati europei e con gli Stati Uniti, servirebbe molteplici obiettivi: dimostrerebbe solidarietà transatlantica in una regione critica, proteggerebbe gli interessi commerciali italiani in Asia, contribuirebbe a bilanciare l'influenza cinese e rafforzerebbe il profilo dell'Italia come attore globale piuttosto che meramente regionale. Questa presenza non richiederebbe schieramenti permanenti massicci, ma potrebbe basarsi su rotazioni periodiche, esercitazioni multilaterali e contributi a operazioni di sicurezza marittima, sfruttando l'esperienza italiana in operazioni di contrasto alla pirateria nell'Oceano Indiano. Sul piano tecnologico e dottrinale, le trasformazioni proposte per la U.S. Navy offrono lezioni preziose per la Marina Militare. L'enfasi su small warships, sistemi unmanned e teaming uomo-macchina è particolarmente rilevante per una marina di medie dimensioni come quella italiana, che deve massimizzare l'efficacia con risorse limitate. L'Italia ha già dimostrato capacità innovative nello sviluppo di piattaforme navali efficienti e tecnologicamente avanzate – dalle FREMM alle fregate della classe Bergamini – e potrebbe posizionarsi come leader europeo nello sviluppo di piccole piattaforme altamente capaci e di sistemi unmanned per operazioni marittime. La collaborazione con partner europei in questi settori potrebbe generare economie di scala, condivisione di costi di sviluppo e standardizzazione operativa che aumenterebbero l'interoperabilità della NATO. La questione dei cantieri navali assume inoltre una rilevanza particolare per l'Italia, che mantiene una significativa capacità industriale navale con cantieri come Fincantieri che operano a livello globale. L'esperienza italiana nell'ottimizzazione della produzione navale e nella manutenzione efficiente potrebbe rappresentare un contributo prezioso alle discussioni atlantiche su questi temi. Inversamente, l'adozione delle best practices proposte da Walker e altri per i cantieri americani potrebbe beneficiare anche i cantieri italiani, migliorando la competitività e l'efficienza. La capacità di mantenere e modernizzare rapidamente le piattaforme navali sarà cruciale in un contesto di crescente competizione, dove la disponibilità operativa della flotta può fare la differenza tra deterrenza efficace e vulnerabilità strategica. Infine, l'enfasi sull'educazione navale unificata e sulla preparazione cognitiva della forza ha risonanze particolari per l'Italia. L'Accademia Navale di Livorno e le altre istituzioni di formazione della Marina Militare hanno una lunga tradizione di eccellenza, ma potrebbero beneficiare dall'integrazione delle lezioni proposte da Wiencek, Nickell e Kulatunga. L'incorporazione sistematica della storia marittima, del pensiero strategico classico e contemporaneo, e della preparazione alle sfide della guerra ibrida e multi-dominio rafforzerebbe ulteriormente la qualità intellettuale del corpo ufficiali. Inoltre, gli scambi intensificati con istituzioni navali alleate – dal Naval War College americano alle accademie europee – potrebbero creare una comunità epistemica transatlantica che condivida non solo procedure operative ma anche visioni strategiche comuni, rafforzando la coesione dell'alleanza in un'era di sfide sistemiche. Conclusioni I saggi pubblicati dal CIMSEC e indirizzati al nuovo Chief of Naval Operations della U.S. Navy costituiscono molto più di un semplice esercizio intellettuale o di una raccolta di raccomandazioni tecniche. Rappresentano piuttosto una diagnosi accurata e impietosa dello stato attuale della Marina americana e, per estensione, della posizione strategica occidentale in un'era di crescente competizione tra grandi potenze. Le dieci linee guida identificate – dalla leadership trasformativa alla ridefinizione narrativa, dall'integrazione uomo-macchina alla prontezza operativa, dal rafforzamento delle alleanze al targeting delle capacità avversarie, dall'educazione unificata alla resilienza contro nuove minacce, dall'ottimizzazione dei cantieri allo sviluppo di capacità spaziali – formano un quadro coerente e interconnesso per la trasformazione di una forza che rischia di rimanere ancorata a paradigmi obsoleti di fronte a un avversario dinamico e innovativo. La posta in gioco non potrebbe essere più alta. La supremazia marittima americana ha costituito per oltre settant'anni il fondamento materiale dell'ordine internazionale liberale, garantendo la libertà di navigazione, proteggendo il commercio globale e proiettando potenza in difesa degli interessi nazionali e alleati. Questa supremazia è oggi contestata per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda da una potenza che combina superiorità numerica crescente, capacità tecnologiche avanzate e una visione strategica coerente. La "finestra Davidson 2027" non è semplicemente un artificio retorico ma rappresenta un momento di verità: entro i prossimi anni, l'equilibrio marittimo nell'Indo-Pacifico potrebbe inclinarsi decisivamente in favore della Cina, con conseguenze sistemiche globali. Le raccomandazioni contenute nei saggi del CIMSEC devono quindi essere intese non come suggerimenti opzionali ma come imperativi strategici. La leadership trasformativa richiesta all'Ammiraglio Caudle non è una questione di stile manageriale ma di urgenza esistenziale: rompere l'inerzia istituzionale, eliminare il "bloat" burocratico, coltivare riformatori, investire in resilienza culturale e comunicare una visione unificante che ispiri il personale, convinca il Congresso e rassicuri gli alleati. La flotta ibrida proposta – basata su piattaforme distribuite, sistemi unmanned e capacità avanzate di comando e controllo – non è una visione futuristica ma una necessità immediata per contrastare efficacemente la strategia A2/AD cinese e garantire la sopravvivenza e la letalità delle forze in un conflitto ad alta intensità. Per gli alleati europei, e per l'Italia in particolare, queste trasformazioni offrono sia sfide che opportunità. La sfida principale consiste nel colmare il gap che la rifocalizzazione americana sull'Indo-Pacifico inevitabilmente creerà nel Mediterraneo e in altre regioni di interesse europeo. L'opportunità risiede nel posizionarsi come partner essenziali nella costruzione di una rete globale di alleanze marittime che possa bilanciare collettivamente la crescente influenza cinese. Questo richiede investimenti sostenuti nelle capacità navali, adozione delle lezioni dottrinali e tecnologiche proposte, partecipazione attiva nelle operazioni indo-pacifiche e contributi intellettuali al dibattito strategico transatlantico. La Marina Militare italiana, con la sua tradizione operativa, le sue capacità tecnologiche e la sua collocazione geografica strategica, può svolgere un ruolo sproporzionato rispetto alle dimensioni nazionali, fungendo da ponte tra la visione americana e le capacità europee, e contribuendo alla formulazione di una strategia marittima occidentale coerente per l'era della competizione tra grandi potenze.
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