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OHi Mag Report Geopolitico nr. 16
Perché l'era del petrolio sta volgendo al termineSecondo British Petroleum entro il 2050 la domanda di petrolio sarà dimezzata, utilizzata principalmente per l'industria della plastica e del tessile. Spencer Dale, capo economista di BP, incoraggia addirittura una transizione energetica più veloce per contenere gli investimenti (1). E poi c'è Warren Buffet, uno dei più influenti investitori di tutti i tempi (Berkshire Hathaway con 180 miliardi di liquidità) a investire su BYD(2), sottolineando comunque la difficoltà per gli investors nel puntare su un settore in rapida crescita, ma altrettanto rischioso poiché non tutti gli attori in gioco ne usciranno vincitori, causa la forte competitività tra le case automobilistiche. Ma se ci si sente ancora disorientati, le compagnie assicuratrici sono un'efficiente cartina di tornasole anche in questo nuovo ambito. L'Economic Insight di Swiss Re Institute, ha dichiarato che le vendite globali di veicoli elettrici crescono talmente rapidamente da far emergere addirittura una nuova serie di rischi per gli assicuratori e per le loro RC auto (3). Questi sono i dati più attendibili che confermano l'impossibilità di un cambio di direzione del nuovo percorso energetico. Ormai i combustibili fossili sono condannati da molteplici fattori che non sono solo quelli dell'ecosostenibilità. In gioco c'è il futuro della finanza da cui tutti dipendiamo e degli equilibri geopolitici che potrebbero trarne nuove opportunità di pace e cooperazione con gli stati che oggi estraggono petrolio. © RIPRODUZIONE RISERVATA Redazione Stefano Mitrione Aggiornamento del 26/6/2026 Riconoscimento Pubblico e LegaleSecondo un'analisi pubblicata su The Guardian e basata su una ricerca della Transnational Environmental Law, per le compagnie petrolifere, l'era del negazionismo climatico è in gran parte finita, almeno in tribunale.
"Oltre il petrolio" e dentro il paradosso: BP, Shell ed Exxon sanno che i loro prodotti uccidono il clima, ma il business viene primaDa decenni le major del petrolio confermano la natura antropica del riscaldamento globale. E da decenni investono miliardi per rallentare la transizione, mentre il mercato e la finanza vanno nella direzione opposta. Tuttavia la transizione energetica è già scritta nei numeri: il petrolio declina, gli investitori cambiano rotta e persino le assicurazioni si adattano a un mondo di veicoli elettrici. Il cambiamento climatico di origine antropica non è più un'opinione, ma un dato di fatto che guida l'economia globale, nonostante le contraddizioni delle stesse compagnie petrolifere. "Beyond Petroleum". Era il 2000, e BP (British Petroleum) si presentava al mondo con un logo verde e la promessa di un'energia diversa. Ventisei anni dopo, lo slogan suona come una beffa. Perché la stessa BP, insieme a Shell, Exxon ed Eni, sapeva già negli anni Novanta che bruciare petrolio, gas e carbone stava alterando il clima in modo irreversibile. Documenti interni, modelli climatici, dichiarazioni pubbliche: tutto lo conferma. Eppure, dopo l'Accordo di Parigi del 2015, queste stesse aziende hanno investito oltre 100 miliardi di dollari in nuovi progetti fossili, dieci volte quanto speso per le rinnovabili. Hanno fatto lobbying contro le tasse sul carbonio e le regole sul metano. Hanno finanziato il negazionismo. E oggi, in tribunale, scaricano la colpa sui consumatori. Il business viene prima. Sempre. La fine dell’era del petrolio? La domanda crollerà del 50% entro il 2050, lo prevede la stessa BP- Il mercato e la finanza decretano la fine dei combustibili fossili, spinti da fattori economici e geopolitici che vanno oltre la mera sostenibilità ambientale. Anche le major del petrolio, pur continuando a investire in fossili, ammettono che il loro modello di business è destinato a cambiare radicalmente. Il colosso petrolifero British Petroleum (BP) ha pubblicato le sue previsioni sul futuro dell'energia, e il verdetto è inequivocabile: entro il 2050 la domanda globale di petrolio sarà dimezzata, scendendo a circa 75 milioni di barili al giorno . Il motivo principale di questo crollo è la drastica riduzione dei consumi nel settore dei trasporti, sempre più dominato da carburanti alternativi e motori elettrici . Il petrolio, secondo BP, sarà relegato a un ruolo secondario, utilizzato principalmente per l'industria della plastica e del tessile . Parole che arrivano direttamente da Spencer Dale, capo economista di BP, il quale non solo prevede questo scenario ma incoraggia una transizione energetica più veloce per evitare investimenti in un settore destinato a contrarsi . È l'ammissione, da parte di una delle principali compagnie petrolifere del mondo, che la loro stessa "era" sta volgendo al termine. Le contraddizioni delle Big Oil: sanno da decenni, ma continuano a investire. Se da un lato le major dichiarano pubblicamente di sostenere gli obiettivi dell'Accordo di Parigi e riconoscono la natura antropica del cambiamento climatico, dall'altro il loro comportamento reale mostra un profondo divario . La consapevolezza non è certo una novità: BP, già nel 1990, produsse un documentario in cui spiegava chiaramente che la combustione di combustibili fossili rilasciava CO2, intrappolando calore e causando conseguenze "catastrofiche" come innalzamento del mare e tempeste . Nel 1997, il suo CEO John Browne fu il primo dirigente di una major a dichiarare pubblicamente che ignorare il rischio climatico era "imprudente" . Eppure, nonostante il rebranding "Beyond Petroleum" del 2000, BP ha continuato a investire massicciamente in petrolio e gas . Un'analisi indipendente ha rivelato che dopo l'Accordo di Parigi del 2015, le cinque maggiori compagnie petrolifere (ExxonMobil, Shell, Chevron, BP e Total) hanno investito oltre 100 miliardi di dollari in combustibili fossili, una cifra dieci volte superiore a quella spesa per tecnologie a basse emissioni di carbonio . Le stesse aziende spendono somme ingenti in attività di lobbying per ostacolare politiche climatiche vincolanti. Un esempio su tutti: ENI, che già negli anni Settanta era a conoscenza degli impatti climatici, è stata accusata di essere operatrice o azionista in 552 progetti fossili iniziati dopo l'Accordo di Parigi. I segnali del mercato: Warren Buffett e le assicurazioni.La transizione energetica non è solo una questione ambientale o di dichiarazioni. È una questione di soldi. Warren Buffett, l'investitore più influente del mondo, ha recentemente azzerato la sua partecipazione in BYD, colosso cinese dei veicoli elettrici, dopo un investimento durato 17 anni che aveva fruttato un guadagno di oltre il 4.500%. La sua mossa, che segue un trend di altri grandi investitori occidentali, è un segnale potente: il settore dei veicoli elettrici è in rapida crescita ma altrettanto rischioso, a causa della competitività feroce tra le case automobilistiche, specialmente in Cina . Buffett, con la sua liquidità di 180 miliardi, si sta cautelando, suggerendo che non tutti gli attori in gioco ne usciranno vincitori. Un'altra cartina di tornasole affidabile sono le compagnie assicurative. Swiss Re Institute, nel suo Economic Insight, ha dichiarato che le vendite globali di veicoli elettrici crescono così rapidamente da far emergere una nuova serie di rischi per gli assicuratori e per le loro polizze auto. La maggiore complessità e i costi di riparazione più elevati dei veicoli elettrici stanno infatti impattando sulla redditività del settore, spingendo a una collaborazione più stretta tra assicuratori e produttori per gestire i rischi . Verso nuovi equilibri: opportunità di pace e cooperazione. La fine dell'era del petrolio è ormai un destino segnato da molteplici fattori che vanno oltre l'ecosostenibilità. In gioco c'è il futuro della finanza, da cui tutti dipendiamo, e degli equilibri geopolitici. La transizione energetica potrebbe infatti offrire nuove opportunità di pace e cooperazione con gli Stati che oggi estraggono petrolio, ridefinendo le alleanze globali e creando un mondo meno dipendente da un'unica, instabile fonte di energia . Come ha sottolineato lo stesso Spencer Dale, le tensioni geopolitiche hanno riacceso l'attenzione sulla sicurezza energetica, spingendo molti paesi ad accelerare l'abbandono delle importazioni di combustibili fossili per puntare su fonti domestiche e rinnovabili . Il futuro è già in moto, e i dati parlano chiaro. Il fattore Buffet / The Buffet FactorWarren Buffet è uno dei più famosi investitori di sempre. Partendo con solo 100 dollari oggi detiene un patrimonio netto di 133,5 miliardi. Noto anche per i suoi visionari investimenti a lungo termine, come i suoi trentatré anni con Coca Cola, di certo non investe mai senza avere solide informazioni sui mercati e dei loro potenziali futuri sviluppi. L'"oracolo di Omaha" sa dove mettere il suo denaro, e nel 2008 non esitò ad entrare nell'azionariato di BYD con ben 225 milioni di azioni acquistate con una capitalizzazione pari a 232 milioni di dollari, quasi il 10% dell'intero colosso cinese, insieme ad altri investitori come BlackRock, Vanguard, Norges Bank, tutti fondi di investimento che credono nel clean energy e nei mercati emergenti. Ma a partire dall'agosto del 2022 Berkshire Hathaway, inizia a vendere dopo aver trentaduplicato i suoi profitti negli ultimi quattordici anni. I motivi, secondo gli analisti, sono di natura geopolitica, soprattutto dominati dalle tensioni tra USA e Cina, e dai conflitti in Ucraina e Medio Oriente. Tuttavia lascia nell'asset finanziario ben 88 milioni di dollari scendendo da poco meno del 10% dell'intera società automobilistica cinese a solo il 3%. Ciò significa che le informazioni in suo possesso valgono ancora la sua fiducia sulle politiche di transizione elettrica di BYD, anche se il rischio è quello di diluire i profitti con la crescente competitività di mercato in Europa entro il 2035. Una nicchia di successo non corrisponde necessariamente ad un buon affare se a dividersi la fetta ci sono troppi attori. Ecco perché la "vecchia volpe" riduce ma non estingue il suo azionariato BYD, confermando che la transizione alla mobilità elettrica non sia una bolla di mercato. Ma Buffett tiene ben saldi i suoi tacchi in almeno due zattere, senza rischiare di cadere in quella diversificazione eccessiva di coloro che investono a random ottenendo profitti mediocri. Questo si traduce in una partecipazione del 25% di Occidental Petroleum Corp. Una società petrolifera che recentemente sta concentrando i propri obiettivi strategici verso la riduzione dell'impronta di carbonio, dato la tendenza delle nazioni verso l'eliminazione delle emissioni nocive causate dalla combustione entro il 2050. Una corsa verso la riconversione delle Big Oil in previsione di ulteriori crolli dei titoli di borsa internazionali, già messi a dura prova nella pandemia da Sars-Cov2, e che nel lungo termine vedrà un'ulteriore spostamento del consumo di petrolio verso le rinnovabili. Così le grandi compagnie petrolifere scommettono il loro futuro senza combustibili fossili migrando con una certa rapidità ai gas naturali, all'energia eolica e alle Carbon Capture, mega strutture capaci di neutralizzare il diossido di carbonio presente nell'atmosfera. Questo significherà un cambiamento senza precedenti per le aziende petrolifere a prova di una transizione energetica non più revocabile, sia dal punto di vista ecologico, che finanziario, dato che i principali investitori stanno dirottando ingenti capitalizzazioni proprio sulle energie rinnovabili. Lo stop alla produzione di veicoli endotermici entro il 2035 da parte dell'unione europea, e a seguire entro il 2040 in altre parti del mondo, sarà pertanto imprescindibile, considerando anche l'accelerazione tecnologica che asseconderà entro pochi anni le esigenze dei consumatori in termini di prezzo, autonomia e reperibilità energetica garantendo tra l'altro costi di esercizio notevolmente inferiori. Arrivati a questo punto di pareggio con la propulsione endotermica, saranno proprio loro a preferire le EV, una nuova generazione di automobilisti consapevoli del loro tempo che nulla avrà da spartire con i conservatori di un'era ormai votata al declino. Quella del petrolio. Contenuto originale: https://www.ohimag.com/stefano-mitrione-ohi-mag-geopolitica-e-relazioni-internazionali/april-24th-2024 #TheBuffetFactor© RIPRODUZIONE RISERVATA Redazione Stefano Mitrione Fonti della prima parte:
Fonti della seconda parte:
Consapevolezza Storica e Comportamento Contraddittorio
Le evidenze storiche mostrano un divario profondo tra le dichiarazioni odierne e le azioni passate.
Nel 1990, BP produce un documentario intitolato "What makes weather?", in cui spiega chiaramente che:
2 Commenti
Base
14/7/2026 13:37:32
Ottima inchiesta
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