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OHi Mag Report Geopolitico nr. 192 Riferimento Holmes, James, Admiral Tirpitz’ Lesson for China. The National Interest, 17 agosto 2025, https://nationalinterest.org/feature/admiral-tirpitz-lesson-for-china-jh-081725 Introduzione La storia delle rivalità tra grandi potenze è sovente caratterizzata da ricorrenze strategiche, dove le lezioni del passato, se correttamente interpretate, possono illuminare le dinamiche del presente. L'analisi di James Holmes, "Admiral Tirpitz’ Lesson for China", pubblicata su The National Interest, offre un esempio magistrale di questa metodologia, tracciando un parallelo audace ma illuminante tra la fallimentare strategia navale della Germania Imperiale di inizio Novecento e l'attuale, e apparentemente efficace, ascesa marittima della Repubblica Popolare Cinese. L'autore sostiene che la "teoria della flotta di rischio" dell'Ammiraglio Alfred von Tirpitz, concepita per sfidare la Royal Navy britannica e risoltasi in un disastro per la Germania, contenga in sé i germi di una logica strategica che la Cina, paradossalmente, sta oggi applicando con successo contro gli Stati Uniti. Questo saggio si propone di esaminare in profondità la tesi di Holmes, partendo dalla narrazione dei fatti storici e teorici da lui esposti. Successivamente, verranno analizzate le profonde conseguenze geopolitiche, strategiche e marittime che scaturiscono da questo paradigma, per poi concludere con una riflessione specifica sulle implicazioni che tale confronto strategico globale comporta per l'Italia e i suoi interessi nazionali. Narrazione dei Fatti Descritti nell'Articolo L'argomentazione centrale di James Holmes ruota attorno a un'analisi comparata di due grandi teorici navali, Alfred von Tirpitz e Alfred Thayer Mahan, e alla loro applicazione in contesti storici differenti. Holmes inizia descrivendo la "teoria della flotta di rischio" di Tirpitz, l'architetto della Marina Imperiale tedesca. Il piano di Tirpitz si fondava su due presupposti errati. Il primo era un calcolo matematico: egli riteneva che una flotta tedesca pari a circa tre quarti di quella britannica sarebbe stata sufficiente a costituire un "rischio" inaccettabile per la Royal Navy in una potenziale battaglia decisiva nel Mare del Nord. Non era necessario, quindi, superare numericamente il nemico, ma solo rendergli una vittoria troppo costosa. Il secondo presupposto era di natura psicologica e politica: Tirpitz era convinto che, sebbene la Royal Navy fosse culturalmente incline a cercare lo scontro decisivo in stile nelsoniano, la leadership politica di Londra sarebbe stata estremamente avversa al rischio. Mettere in gioco la flotta, principale strumento di garanzia di un impero globale, per il controllo del Mare del Nord, sarebbe stato un azzardo che i politici britannici non avrebbero corso. La Germania, pertanto, avrebbe prevalso per inerzia, ottenendo i propri obiettivi strategici senza nemmeno combattere. Holmes spiega come questo schema sia crollato miseramente. La Gran Bretagna, lungi dall'essere paralizzata dal rischio, rispose con decisione: ritirò flotte da teatri secondari, razionalizzò le proprie forze e investì massicciamente in una corsa agli armamenti navali che la Germania non poté mai eguagliare. Inoltre, la Royal Navy adottò una strategia di "blocco a distanza", contenendo la flotta tedesca nel Mare del Nord senza la necessità di rischiare uno scontro frontale. Il fallimento di Tirpitz, secondo Holmes, derivò da una cattiva applicazione della teoria strategica, in particolare di quella di Mahan. Mahan aveva teorizzato che una potenza come gli Stati Uniti dovesse costruire una flotta abbastanza forte da sconfiggere la massima forza che verosimilmente le sarebbe stata opposta nel proprio teatro di primario interesse, ovvero i Caraibi e il Golfo del Messico. Poiché le potenze europee come la Gran Bretagna avevano impegni globali, avrebbero potuto inviare nelle Americhe solo una frazione della loro forza totale. La US Navy, quindi, poteva essere localmente superiore pur rimanendo globalmente inferiore. L'errore fatale di Tirpitz fu applicare questa logica al contesto sbagliato: la Germania stava sfidando l'intera forza principale della Royal Navy nel suo teatro primario, le acque metropolitane britanniche. In questo scenario, non era sufficiente una "frazione" per vincere, ma era necessaria la parità o la superiorità. La Cina, conclude Holmes, sta oggi applicando correttamente il principio mahaniano che Tirpitz fraintese. Concentrando l'intera sua potenza navale e missilistica nelle sue acque costiere (Mar Cinese Meridionale, Stretto di Taiwan), essa affronta solo una frazione della US Navy, che è a sua volta gravata da impegni globali. La Cina, quindi, riesce a essere localmente superiore, proprio come gli Stati Uniti di Mahan un secolo fa. Conseguenze geopolitiche Le conseguenze geopolitiche di questa dinamica strategica, come delineata da Holmes, sono profonde e potenzialmente destabilizzanti per l'ordine mondiale attuale. In primo luogo, assistiamo all'ascesa di un egemone regionale che sfida deliberatamente l'egemone globale in un'area di vitale importanza economica e strategica. Questa non è solo una competizione militare, ma una ristrutturazione della geografia del potere. La capacità della Cina di creare una "bolla" di superiorità locale nel Pacifico occidentale erode le fondamenta della Pax Americana, l'ordine basato sulla capacità degli Stati Uniti di garantire la libertà di navigazione e proiettare potenza a livello globale. In secondo luogo, la strategia cinese mette a dura prova la credibilità delle alleanze americane. Paesi come il Giappone, la Corea del Sud, le Filippine e Taiwan hanno basato la loro sicurezza sulla garanzia implicita di un intervento statunitense. Se, come suggerisce Holmes, la Cina riesce a rendere tale intervento militarmente proibitivo, il valore di queste alleanze si svuota. Ciò potrebbe innescare una dinamica di riarmo regionale o un riallineamento geopolitico di questi paesi verso Pechino, frammentando la rete di alleanze che ha garantito la stabilità nella regione per decenni. In terzo luogo, la Cina sta applicando con successo la componente politica della teoria di Tirpitz. Ponendo a Washington la domanda implicita – "Vale la pena rischiare la supremazia globale per difendere Taiwan o gli scogli Senkaku?" – Pechino sfrutta l'asimmetria degli interessi in gioco. Per la Cina, queste sono questioni "centrali" legate alla sovranità nazionale; per gli Stati Uniti, sono interessi regionali, seppur importanti. Questa pressione psicologica e strategica costringe Washington a un calcolo costi-benefici estremamente difficile, creando un potente effetto deterrente che potrebbe paralizzare il processo decisionale americano in caso di crisi. L'effetto geopolitico finale è la contestazione dei "beni comuni globali" (global commons). Trasformando acque internazionali come il Mar Cinese Meridionale in una zona di influenza di fatto, la Cina sfida il principio cardine del diritto marittimo e dell'ordine liberale, con implicazioni che vanno ben oltre la regione, influenzando il commercio e la sicurezza globali. Conseguenze strategiche Sul piano puramente strategico-militare, il modello cinese descritto da Holmes rappresenta una vera e propria rivoluzione. La lezione fondamentale è che la potenza navale non si misura più semplicemente contando le chiglie delle navi. La Cina ha integrato la sua flotta, la People's Liberation Army Navy (PLAN), con una formidabile schiera di forze terrestri, in particolare sistemi missilistici balistici e da crociera (come i DF-21D e DF-26, soprannominati "carrier killers"), e una potente aviazione. Questa architettura integrata, nota come Anti-Access/Area Denial (A2/AD), è progettata specificamente per negare a un avversario tecnologicamente avanzato come gli Stati Uniti la libertà di operare vicino alle coste cinesi. La strategia non è sconfiggere la US Navy in tutto il mondo, ma renderle impossibile raggiungere e operare efficacemente nel teatro del Pacifico occidentale. Un'altra conseguenza strategica è lo sfruttamento della "tirannia della distanza". La Cina combatte nel proprio cortile di casa, con linee logistiche brevi e il supporto di una densa rete di sensori e basi aeree. Gli Stati Uniti, al contrario, devono proiettare la propria forza attraverso l'enorme distesa dell'Oceano Pacifico, con linee di rifornimento vulnerabili e un numero limitato di basi alleate. Questa asimmetria geografica amplifica enormemente il vantaggio locale della Cina. Questo scenario sta costringendo gli Stati Uniti e i loro alleati a un radicale ripensamento della propria dottrina e struttura di forza. La tradizionale centralità delle grandi portaerei, potenti ma vulnerabili e costose, viene messa in discussione. La nuova frontiera strategica si sposta verso concetti come le "operazioni distribuite", che prevedono l'impiego di forze più piccole, più numerose, agili e potenzialmente senza pilota, in grado di operare all'interno della bolla A2/AD cinese. Si tratta di un passaggio da una strategia basata sulla concentrazione di potenza a una basata sulla resilienza e sulla distribuzione. Infine, il successo della strategia cinese dimostra l'efficacia della "deterrenza per negazione" (deterrence by denial) rispetto alla "deterrenza per punizione" (deterrence by punishment). Invece di minacciare una rappresaglia devastante dopo un attacco, la Cina mira a convincere l'avversario che non può raggiungere i suoi obiettivi militari, rendendo l'intervento inutile fin dal principio. Questa è una forma di deterrenza psicologicamente e strategicamente più robusta. Conseguenze marittime Le conseguenze marittime della strategia cinese, interpretata attraverso la lente di Holmes, segnano la fine di un'era. Per oltre tre decenni, dalla caduta dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno goduto di un dominio marittimo incontrastato. Oggi, per la prima volta, si trovano di fronte a un competitor alla pari (un "peer competitor") in una regione marittima cruciale. Questo segna il ritorno della competizione tra grandi potenze sui mari, con tutte le tensioni e i rischi di escalation che ciò comporta. Il concetto stesso di "controllo del mare" (sea control) viene ridefinito. Non si tratta più di ottenere un dominio assoluto e permanente su vaste aree oceaniche, ma di una lotta dinamica per un controllo temporaneo e localizzato. La capacità di negare il mare all'avversario (sea denial) diventa altrettanto, se non più, importante della capacità di usarlo liberamente. La bolla A2/AD cinese è la massima espressione di una strategia di sea denial. Inoltre, la crescente assertività cinese mette a rischio le Sea Lines of Communication (SLOCs), le rotte marittime vitali attraverso cui transita una quota enorme del commercio mondiale, inclusa gran parte dell'energia e delle merci destinate a economie alleate degli USA come Giappone e Corea del Sud. La capacità di Pechino di minacciare o interrompere queste rotte le conferisce un'enorme leva economica e strategica, non solo sugli Stati Uniti ma sull'intera economia globale. Infine, questa rinnovata competizione sta alimentando una nuova corsa agli armamenti navali, qualitativa e quantitativa. La Cina ha già superato gli Stati Uniti in termini di numero di scafi, e sta rapidamente colmando il divario tecnologico. La risposta americana e alleata si concentra su tecnologie di nuova generazione come i sistemi senza pilota (sottomarini e di superficie), le armi ipersoniche e le capacità di guerra informatica e spaziale applicate al dominio marittimo. Le acque del Pacifico occidentale stanno diventando un laboratorio per la guerra navale del XXI secolo. Conseguenze per l'Italia Sebbene il teatro del confronto descritto da Holmes sia geograficamente distante, le sue conseguenze per l'Italia sono dirette e significative, e si manifestano su più livelli. In primo luogo, a livello economico, l'Italia è una nazione trasformatrice e votata all'export, la cui prosperità dipende dalla stabilità delle catene globali di valore e dalla libertà di navigazione. Un conflitto o anche solo un'elevata tensione nel Mar Cinese Meridionale provocherebbe uno shock economico globale, interrompendo flussi commerciali vitali che transitano per il Canale di Suez e raggiungono i porti italiani. La vulnerabilità delle nostre linee di approvvigionamento e di esportazione verrebbe drammaticamente esposta. In secondo luogo, a livello strategico, la crescente focalizzazione degli Stati Uniti sulla sfida cinese nel Pacifico ("Pivot to Asia") comporta un inevitabile, seppur relativo, disimpegno da altri teatri, incluso il Mediterraneo. Questo significa che l'ombrello di sicurezza americano nella nostra regione di primario interesse si sta alleggerendo, richiedendo un maggiore onere e una maggiore responsabilità da parte degli alleati europei, Italia in primis, nella gestione delle crisi regionali, dalla Libia al Sahel, e nel contenimento dell'assertività di altri attori come la Russia. Questa dinamica rafforza la necessità per l'Italia di pensare in termini di "Mediterraneo Allargato", un concetto strategico che riconosce come la sicurezza del bacino sia indissolubilmente legata agli sviluppi nel Mar Rosso, nel Golfo Persico e nell'Oceano Indiano, aree dove la presenza navale cinese è in costante aumento (si pensi alla base di Gibuti). La competizione marittima sino-americana, quindi, si svolge anche alle porte di casa nostra, ridefinendo gli equilibri di potere. Infine, vi sono conseguenze a livello industriale e militare. Per mantenere la propria rilevanza strategica e l'interoperabilità all'interno della NATO, la Marina Militare deve tenere il passo con l'evoluzione tecnologica imposta da questa competizione. Ciò richiede investimenti mirati in settori come i sistemi senza pilota, le capacità cibernetiche e la difesa missilistica navale, con importanti ricadute per l'industria della difesa nazionale, chiamata a sviluppare le piattaforme e le tecnologie necessarie per operare in un contesto marittimo sempre più conteso e complesso. Conclusioni L'analisi di James Holmes è un potente promemoria di come la storia, se interrogata con intelligenza, offra chiavi di lettura indispensabili per decifrare il presente. Il parallelo tra la Germania di Tirpitz e la Cina di Xi Jinping non è una semplice curiosità accademica, ma una cornice concettuale che svela la logica profonda e la potenziale efficacia della strategia marittima di Pechino. La Cina è riuscita dove la Germania ha fallito, applicando correttamente il principio mahaniano della superiorità locale per sfidare un avversario globalmente più potente ma geograficamente sovraesteso. Ha costruito non solo una flotta, ma un sistema integrato di negazione d'area che sfrutta la geografia a proprio vantaggio e pone l'avversario di fronte a un dilemma strategico quasi insolubile. La "raccomandazione" che emerge implicitamente dal saggio di Holmes è un appello all'urgenza e al realismo. Gli Stati Uniti e i loro alleati, inclusa l'Italia, devono riconoscere la gravità della sfida e la validità della strategia avversaria. Continuare a pensare in termini di superiorità globale assoluta è un errore analogo a quello commesso dai britannici prima del 1914, che sottovalutarono la minaccia tedesca. La domanda che la Cina pone a Washington – se la difesa di interessi regionali valga il rischio di compromettere la primazia globale – deve essere ponderata con estrema serietà. Essa richiede un ripensamento non solo della struttura delle forze militari, ma della grande strategia nazionale, delle priorità di politica estera e della gestione delle alleanze. Gli echi della competizione anglo-tedesca di un secolo fa risuonano oggi con inquietante chiarezza nelle acque del Pacifico. Ignorarli, come dimostra la lezione dell'Ammiraglio Tirpitz, sarebbe un errore strategico di proporzioni storiche, le cui conseguenze si propagherebbero ben oltre il Pacifico, ridefinendo l'ordine globale del XXI secolo. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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