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OHi Mag Report Geopolitico nr. 186 Credit: https://www.parlamento.it/application/xmanager/projects/parlamento/file/repository/affariinternazionali/osservatorio /focus/PI008ISPIMED.pdf Sintesi del Rapporto "Mediterraneo allargato" AA.VV., "Mediterraneo allargato", Osservatorio di Politica Internazionale, Focus n. 11 (n.s.), a cura dell'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) per Senato della Repubblica, Camera dei deputati, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Luglio 2025. Introduzione Il rapporto "Mediterraneo allargato" dell'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), datato luglio 2025, delinea uno scenario regionale profondamente alterato da una crisi di eccezionale gravità: una guerra diretta di dodici giorni, combattuta nel giugno 2025, tra Israele e la Repubblica Islamica dell'Iran, con un intervento militare anche da parte degli Stati Uniti. Questo evento, che ha fatto seguito al fallimento dei negoziati sul nucleare, si inserisce nel contesto dei primi sei mesi della nuova amministrazione di Donald Trump, la cui politica estera "America First (Reloaded)" ha impresso una decisa sterzata verso un approccio assertivo, unilaterale e marcatamente filo-israeliano. Il documento analizza le complesse ramificazioni di questo conflitto, che ha riverberato i suoi effetti in tutto il "Mediterraneo allargato", dal Levante al Golfo Persico, dal Nord Africa al Sahel. Emerge il ritratto di un'area in piena ridefinizione strategica, caratterizzata da un fragile cessate il fuoco, nuovi allineamenti geopolitici, crescenti vulnerabilità economiche e una drammatica esposizione delle infrastrutture marittime e securitarie. L'analisi dell'ISPI, pertanto, non si limita a una cronaca degli eventi, ma offre una lettura scientifica delle dinamiche di potere emergenti, essenziale per comprendere le sfide future. Cronaca degli Eventi Il rapporto ricostruisce una sequenza di eventi che ha rapidamente condotto la regione sull'orlo di un allargamento del conflitto già presente nel Vicino Oriente. La primavera del 2025 si era aperta con il fallimento di cinque round di colloqui tra Stati Uniti e Iran per un nuovo accordo sul nucleare. Questo stallo diplomatico ha fatto da preludio a un'escalation militare senza precedenti. Tra il 13 e il 24 giugno 2025, Israele ha lanciato un'imponente operazione militare, colpendo duramente le infrastrutture nucleari, militari e della catena di comando iraniana. L'attacco è stato avallato e attivamente supportato da Washington che, il 22 giugno, è intervenuta direttamente bombardando siti strategici come Natanz, Isfahan e il sito sotterraneo di Fordow. La reazione iraniana, seppur limitata, ha incluso attacchi di ritorsione contro il territorio israeliano e un lancio simbolico di missili contro la base statunitense di al-Udeid in Qatar. L'intervento ha provocato profonde conseguenze economiche e una recrudescenza della repressione interna in Iran. Contemporaneamente, il fronte israelo-palestinese è rimasto incandescente, con il proseguire della catastrofe umanitaria a Gaza, dove il governo Netanyahu ha avviato una nuova operazione denominata "Carri di Gedeone". Sul quadrante levantino, il rapporto evidenzia il consolidamento del nuovo governo di transizione in Siria, guidato da Ahmed al-Sharaʿ, che ha ottenuto un cauto sostegno statunitense in funzione anti-iraniana. Altri focolai di crisi attraversano la regione: in Libia si è assistito a una recrudescenza degli scontri tra milizie a Tripoli, mentre nell'area del Sahel si è acuita la tensione tra l'Alleanza degli Stati del Sahel (AES) e l'Algeria, con il Marocco che si inserisce in questo spazio con maggiore assertività. Infine, nel bacino del Lago Ciad si registra una pericolosa ripresa delle attività del gruppo jihadista Boko Haram. La crisi si è conclusa il 24 giugno con un cessate il fuoco mediato dal Qatar, lasciando però un equilibrio regionale estremamente precario e instabile. Conseguenze Geopolitiche Le conseguenze geopolitiche della guerra sono profonde e ridisegnano le alleanze e le linee di faglia regionali. La politica "America First (Reloaded)" dell'amministrazione Trump si conferma il principale fattore di cambiamento: l'abbandono del multilateralismo e l'incondizionato sostegno a Israele hanno legittimato l'opzione militare, marginalizzando la diplomazia. Questo ha rafforzato la posizione di Israele come potenza militare dominante, ma ha anche generato preoccupazione persino tra i suoi partner arabi circa la sua imprevedibilità e il rischio di un'escalation incontrollata. Le monarchie del Golfo (GCC) hanno reagito adottando una postura di "neutralità attiva": pur condannando l'attacco, hanno evitato il coinvolgimento diretto, mantenendo aperti i canali diplomatici con Teheran per preservare la stabilità regionale, fondamentale per i loro piani di diversificazione economica. La solidarietà del GCC è emersa con forza dopo l'attacco iraniano alla base in Qatar, percepito come una minaccia alla sicurezza collettiva dell'intera penisola. L'Iran, sebbene indebolito, non ha subito un cambio di regime e, anzi, ha registrato un parziale effetto di coesione interna contro l'aggressore esterno. La sua influenza regionale è stata ridimensionata, soprattutto in Siria, dove il nuovo governo di al-Sharaʿ si sta allontanando dall'orbita di Teheran con il benestare di Washington e Turchia. Nel Sahel, si assiste a un riallineamento significativo: la crescente assertività dell'Alleanza degli Stati del Sahel (Mali, Burkina Faso, Niger) ha deteriorato i rapporti con l'Algeria, storicamente mediatore principale nell'area. Il Marocco ha colto questa opportunità per rafforzare la sua proiezione diplomatica ed economica verso sud, attraverso l' "Iniziativa atlantica", isolando ulteriormente Algeri e accentuando la rivalità tra i due giganti del Maghreb. Conseguenze Strategiche Sul piano strategico, il conflitto ha segnato un pericoloso passaggio dalle guerre per procura a uno scontro militare diretto tra stati sovrani. La strategia israeliana e statunitense è apparsa chiara: degradare le capacità nucleari e convenzionali dell'Iran per ristabilire una netta superiorità militare. Tuttavia, l'operazione ha anche messo a nudo le vulnerabilità di tutte le parti coinvolte. Le monarchie del Golfo hanno preso coscienza della loro estrema esposizione: i loro centri economici, le infrastrutture energetiche, i porti e gli impianti di desalinizzazione sono tutti nel raggio d'azione iraniano, come dimostra la preoccupazione per la sicurezza della centrale nucleare di Bushehr. Questo spingerà i paesi del GCC ad accelerare gli investimenti in sistemi di difesa anti-missilistica e a cercare garanzie di sicurezza più solide. Per l'Iran, la guerra ha evidenziato le carenze del suo sistema di difesa aerea, ma anche la sua capacità di colpire in profondità il territorio nemico. La conseguenza strategica più probabile, secondo il rapporto, è che Teheran percepisca il possesso di un'arma nucleare come l'unica garanzia di sopravvivenza, accelerando il programma atomico e minacciando di ritirarsi dal Trattato di Non Proliferazione. Per gli Stati Uniti, l'intervento ha riaffermato il loro ruolo di attore militare decisivo, ma li ha anche esposti a rischi di entanglement in un nuovo conflitto mediorientale, contraddicendo le promesse elettorali di Trump. La base di al-Udeid in Qatar, colpita simbolicamente, ha dimostrato che anche gli asset strategici americani non sono invulnerabili. La nuova dottrina statunitense sembra orientata a una gestione della sicurezza delegata a partner regionali chiave (Israele, GCC), limitando l'esposizione diretta ma mantenendo la capacità di interventi mirati. Conseguenze Marittime La dimensione marittima emerge dal rapporto come uno degli ambiti strategicamente più critici e vulnerabili. La guerra ha acceso i riflettori sulla fragilità dei due principali choke points globali: lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso (con il Canale di Suez). Durante il conflitto, anche se brevemente, è emerso il rischio concreto di una chiusura di Hormuz, attraverso cui transita circa il 25% del petrolio mondiale e un quinto del Gas Naturale Liquefatto (GNL). Il rapporto menziona come il parlamento iraniano abbia discusso questa opzione, generando forte preoccupazione in Iraq e nei paesi del Golfo. Inoltre, l'episodio di collisione tra due petroliere al largo di Fujairah (EAU) ha evidenziato la possibilità di attacchi non convenzionali, come la guerra elettronica (interferenze GPS), capaci di paralizzare la navigazione commerciale. Il Mar Rosso, già reso insicuro dagli attacchi Houthi, ha visto la sua importanza strategica amplificata. La drastica riduzione del traffico attraverso il Canale di Suez ha inferto un duro colpo all'economia egiziana, dimostrando come l'instabilità in un'area possa avere ripercussioni a catena. Il rapporto sottolinea come i tentativi di creare rotte alternative (come la pipeline saudita Est-Ovest verso il Mar Rosso o l'oleodotto emiratino verso Fujairah) siano solo soluzioni parziali, poiché anche il Mar Rosso è un'area a rischio. Questa rinnovata consapevolezza della vulnerabilità marittima spingerà gli attori regionali e globali a investire maggiormente nella sicurezza delle rotte navali e nella protezione delle infrastrutture portuali, ma al contempo rende l'intera economia globale ostaggio della stabilità precaria del Medio Oriente. Conseguenze per l'Italia Per l'Italia, le cui sicurezza e prosperità sono intrinsecamente legate alla stabilità del "Mediterraneo allargato", le conseguenze delineate dal rapporto sono dirette e significative. La prima e più evidente è sulla sicurezza energetica. Il documento menziona esplicitamente il piano di investimenti di Eni da 24 miliardi di euro in Algeria, Libia ed Egitto. L'instabilità politica in Libia, la rivalità tra Algeria e Marocco e la fragilità economica dell'Egitto (aggravata dalla crisi di Suez) mettono a rischio questi investimenti e, più in generale, la continuità degli approvvigionamenti energetici da partner cruciali per la diversificazione italiana. L'Algeria, in particolare, è un pilastro della strategia energetica nazionale; il suo isolamento diplomatico nel Sahel e le tensioni con il Marocco sono, quindi, fonte di grande preoccupazione per Roma. In secondo luogo, vi è l'impatto sui flussi migratori. La rinnovata instabilità in Libia, descritta come un "conflitto tra milizie che riesplode", e il deterioramento della sicurezza nel Sahel, dove si muovono le giunte militari e i gruppi jihadisti, rischiano di alimentare una nuova ondata migratoria lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Il rapporto evidenzia come l'Italia, insieme alla Francia, monitori con attenzione l'attivismo russo in Libia, fattore di ulteriore destabilizzazione. Infine, il quadro di crisi generale richiede una risposta diplomatica e politica forte. Il testo menziona le missioni del Ministro degli Esteri Tajani in Algeria, a testimonianza di una politica estera attiva. Tuttavia, la crisi evidenzia la necessità per l'Italia di promuovere una politica estera europea più coesa e incisiva. Di fronte all'approccio unilaterale degli Stati Uniti, una Unione Europea divisa e incapace di agire come attore unitario lascia i suoi stati membri più esposti, come l'Italia, a gestire da soli le ricadute delle crisi nel loro vicinato meridionale. Conclusioni In conclusione, il rapporto dell'ISPI di luglio 2025 offre un'analisi lucida e preoccupante di un "Mediterraneo allargato" sull'orlo del caos, la cui stabilità è stata minata da un conflitto diretto tra Iran e Israele e da una politica estera statunitense assertiva e transazionale. La fragile tregua attuale non risolve le tensioni strutturali, che anzi vengono esacerbate: l'Iran è spinto verso l'opzione nucleare, le monarchie del Golfo sono strette tra l'incudine della minaccia iraniana e il martello dell'imprevedibilità israeliana, e l'intera regione è divenuta un'arena di competizione strategica in cui le soluzioni multilaterali sono state accantonate. Le vulnerabilità economiche, energetiche e marittime sono emerse in tutta la loro drammaticità, dimostrando come la sicurezza regionale sia indivisibile da quella globale. Alla luce di questo scenario, le raccomandazioni che implicitamente emergono dall'analisi sono chiare. In primo luogo, è imperativo un massiccio e coordinato sforzo diplomatico internazionale, che coinvolga anche attori regionali come il Qatar e l'Oman, per trasformare il precario cessate il fuoco in un percorso negoziale strutturato, affrontando la questione nucleare iraniana in un quadro che offra garanzie a tutte le parti. Per l'Europa, e in particolare per l'Italia, la crisi rappresenta un campanello d'allarme finale sulla necessità di sviluppare una maggiore autonomia strategica. È fondamentale che l'UE parli con una sola voce, dotandosi degli strumenti per agire come mediatore credibile e attore di stabilità nel suo vicinato, invece di subire passivamente le decisioni prese a Washington. Infine, la sicurezza marittima ed energetica deve diventare una priorità assoluta, attraverso il rafforzamento della cooperazione per la protezione delle rotte commerciali e un'accelerazione decisa verso la diversificazione delle fonti energetiche per ridurre la dipendenza da una regione così cronicamente instabile. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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