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OHi Mag Report Geopolitico nr. 238 Partiamo con un breve abstract per sgombrare subito il campo: a meno di non vivere di puro idealismo e guardare al mondo con estrema ingenuità, i fatti accaduti in Venezuela – alla luce di quelli che sono gli interessi europei – possono essere giudicati esclusivamente in maniera negativa.
Occorre delineare, tuttavia, alcune premesse per escludere eventuali preconcetti: non tutte le contrarietà, infatti, sono uguali o paragonabili. L’Europa è, pur con tutti i suoi difetti, uno spazio di riconosciuta democrazia e libertà. Essere nati e cresciuti immersi in questo contesto ce ne fa spesso dimenticare il valore, ma abbracciare i principi fondanti dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri richiede lo sforzo costante di rifiutare l’efficienza delle democrature, sostenendo la fatica derivante dal pluralismo di idee, dal dibattito e dalla libertà propria e altrui. In altre parole, richiede maturità civica, politica e culturale. Per questo motivo, mi identifico profondamente in questi valori, che penso siano propri di quei popoli che decidono di superare altre forme meno evolute di regimi politici. In tal senso, l’Unione Europea non può esistere se non difendendo, appunto, le sue fondamenta democratiche. Di conseguenza, la caduta di un dittatore mi spinge a gioire, umanamente e personalmente. Mi commuove vedere un popolo ridotto alla fame che, nonostante un futuro tutt’altro che definito, è capace di scendere in strada per festeggiare l’indebolimento – ad oggi ancora effimero – del regime venezuelano. Non può essere diversamente, ed è forse questo aspetto che più differenzia chi sostiene le autocrazie da chi si bagna di europeismo anche quando l’acqua scotta. Tuttavia, sentimento umano e realismo politico spesso non coincidono e, ça va sans dire, questo caso non fa eccezione. Da qui nasce il mio disagio nell’assistere a manifestazioni di giubilo nei confronti di quanto accaduto, nella piena convinzione che l’attacco subito dal Venezuela sia stato nocivo per l’Europa. Nei giorni successivi al 3 gennaio 2026, ho raccolto le argomentazioni più comuni contrarie o a sostegno dell’iniziativa militare americana, raggruppandole per tipologia. Credo, infatti, che un prerequisito necessario al dibattito sia capire secondo quale modello stiamo giudicando la realtà, così da poter “parlare la stessa lingua”. Ho dunque individuato tre principali lenti di analisi – ognuna con diversi gradi di condivisibilità – attraverso le quali esaminare quanto accaduto nello Stato sudamericano, cercando al contempo di confutare le posizioni che ritengo incoerenti o negative secondo la logica che ho scelto di adottare e che risponde alla domanda: che cosa conviene fare ad un europeo? La lente del diritto internazionale La prima lente di analisi è quella del diritto internazionale. Sulla legittimità dell’attacco non c’è molto da dire, essendo oggettiva la sua conduzione in violazione di qualsiasi norma internazionale. Da questo punto di vista, chi abbraccia tale argomentazione assume una posizione coerente, per lo più politica, ma debole di fronte alla realtà di un mondo che spinge progressivamente – e forse in modo ineluttabile – in direzione opposta. La difesa ad oltranza del diritto internazionale è legittima, ma fine a sé stessa se perseguita aprioristicamente. Quando la coercitività del diritto internazionale – fondato sull’autogoverno di un sistema di Stati – viene meno; quando la legittimità degli organismi internazionali è disconosciuta; quando il costo per violare le norme è minore di quello per rispettarle, arenarsi in questa posizione equivale a gridare aiuto senza muoversi mentre la stanza va a fuoco. Il dilemma del prigioniero spiega la logica dietro tale ragionamento: il rispetto condiviso del diritto internazionale sarebbe l’outcome più vantaggioso a lungo termine per tutti, poiché garantisce la stabilità e la prevedibilità del sistema, diminuendone il grado di entropia. Tuttavia, nel momento in cui gli avversari ripudiano tali principi, rimanere i soli a rispettarli crea un vantaggio per loro e un potenziale svantaggio per noi. In altre parole, si combatte con una mano legata dietro la schiena contro chi le utilizza entrambe. Se il diritto internazionale non è un fine, ma un mezzo per raggiungere il benessere del proprio Paese e di quello altrui, la questione non può certamente essere ignorata. Ne consegue un annoso dilemma, ovvero se valutare più selettivamente i casi – o i Paesi – in cui l’Unione Europea e i suoi Stati membri dovrebbero rispettare le norme internazionali. Restringere, in altre parole, il campo d’applicazione del principio pacta sunt servanda che sta alla base del diritto internazionale. Non un’abiura totale, ma una risposta proporzionata e misurata caso per caso: rispettosi con chi lo rispetta, cinici – anche oltre i limiti consentiti – con chi sceglie di giocare fuori dalle regole. Tornando al dilemma del prigioniero, si tratta evidentemente di una situazione subottimale per tutti, dove a perdere è la comunità nel suo insieme. Al contempo, però, essa rimane un’opzione migliore rispetto alla collaborazione unilaterale, specialmente quando siamo noi Europei a ricoprire tale ruolo. Coloro che reputano lo stato di salute del diritto internazionale ancora salvabile considereranno probabilmente queste parole come una definitiva picconata ad un sistema da difendere ad ogni costo. Chi crede, invece, che la strada della politica di potenza sia già stata imboccata in maniera irreversibile – schieramento in cui mi riconosco – percepirà egualmente la gravità di queste parole, ma concorderà sul fatto che si tratti, forse, dell’unica evoluzione possibile per non soccombere alla completa anarchia internazionale senza sacrificare i propri principi e la propria posizione globale. In entrambi i casi, l’attacco al Venezuela intacca negativamente l’ordine mondiale e, di conseguenza, un sistema che all’Europa conviene conservare. La lente etica La seconda lente di analisi è etica. Corrisponde a quella utilizzata da chi giustifica l’attacco al Venezuela e il sequestro di Maduro sulla base dell’universale superiorità dei principi di democrazia e libertà di cui sopra, nonché dell’ampio disconoscimento internazionale sofferto dal presidente venezuelano a seguito di elezioni fraudolente. In questo caso, la platea è ampia e le argomentazioni numerose. Una porzione di costoro nega tout court l’esistenza o l’efficacia del diritto internazionale, facendo del modello occidentale – inteso come insieme di valori, principi, tradizioni, cultura – la bussola dei propri giudizi. Su questa base, sono considerati positivamente sia l’iniziativa militare che le sue conseguenze, ritenute non ottenibili diversamente. Tale posizione, per quanto logicamente coerente, cozza con quelle che sono le priorità dell’Europa e ne fa conseguire delle implicazioni logiche spesso ignorate. Essendo le fondamenta di questa visione esclusivamente morali e culturali – dunque personali –, essa ammette implicitamente che altri Stati possano agire allo stesso modo basandosi a loro volta sulla propria etica Di fatto, è ciò che ha fatto la Russia in Ucraina, ciò che potrebbe fare la Cina a Taiwan, Israele in Iran, l’Azerbaijan in Nagorno-Karabakh e via dicendo: chi giustifica l’uno deve, per coerenza, giustificare anche gli altri. Prendendo in considerazione solamente il caso russo e venezuelano, per un europeo è dunque inspiegabile preferire la giustificazione di entrambi i casi piuttosto che la loro condanna, dato che il peso specifico delle due situazioni per i nostri interessi è enormemente differente. Qualora invece si integrasse a suddetta visione una qualche forma di darwinismo applicato alle relazioni internazionali – che pure sento di condividere in principio – ci si troverebbe di fronte ad un’argomentazione sensata ma scollegata dalla realtà attuale. Infatti, alla luce delle condizioni attuali dell’Unione Europea e del continente in generale, se la logica conseguente a “il nostro modello è superiore ed è giusto che gli altri paesi lo adottino, anche attraverso metodi illegali” è “gli altri stati hanno il diritto di fare altrettanto con i propri e sta a noi difenderci”, chi si fa portatore di questa idea denota un certo grado di masochismo o, tutt’al più, di wishful thinking. Sia chiaro: il principio di fondo, ovvero quello che implica la nostra capacità di difenderci dall’esterno, non è in discussione. Nel mondo ideale non ve ne sarebbe bisogno, ma la validità della legge del più forte – a seconda dei momenti più o meno anestetizzata – è un dato di fatto anche quando inserita nella cornice del diritto internazionale. Inoltre, se identifichiamo l’Europa come garante di quelle norme internazionali che essa stessa ha contribuito a creare, bisogna prevedere parallelamente di possedere la forza necessaria – politica, militare ed economica – per difenderle. La mancanza di queste leve è oggigiorno il problema più grande che attanaglia l’Unione Europea e i suoi Stati membri, nonché la ragione per la quale la nostra politica estera è ancora così poco incisiva. Proprio per questo motivo, volersi disfare in toto dello scudo – debole ma pur sempre tale – del diritto internazionale per legittimare un nostro eventuale agire da grande potenza è privo di logica. Equivale a voler assumere una postura muscolare senza i mezzi per mantenerla e, di conseguenza, a rendere l’Europa ancor più alla mercé dei suoi avversari spostando lo scontro su un piano in cui non siamo competitivi. Qualcuno potrebbe controbattere che, indipendentemente dalla retorica utilizzata, la dinamica appena descritta già avviene a discapito della nostra volontà. Questo è senz’altro vero e, contestualmente, è la ragione che mi porta a condividere quanto indicato nei paragrafi precedenti. Tuttavia, in una situazione di debolezza sostanziale, preservare il piano formale (ovvero quello del diritto) rimane comunque preferibile a rinunciare ad entrambi. Infine, vi sono coloro che, prendendo le difese del popolo venezuelano, ritengono che chiunque non faccia parte di esso non abbia il diritto morale di poter giudicare quanto accaduto nel Paese sudamericano. Parte di essi condividono l’idea che il fine giustifichi i mezzi, altri sono animati da un fervore democratico tanto autentico quanto naïf. Qualsiasi sia il caso, le risposte sono principalmente due. In primis, quanto scritto fin qui dimostra come gli effetti di tale evento siano stati, siano e saranno globali. I venezuelani hanno il pieno diritto di festeggiare la caduta del proprio dittatore, ma chiunque altro ha egualmente il diritto di poter valutare, anche negativamente, il costo-opportunità che tale operazione militare ha comportato. Per un europeo ciò vale ancora di più, poiché è del tutto plausibile che un miglioramento della situazione in Venezuela ottenuto tramite questi mezzi abbia comportato un danno a quelli che sono i nostri interessi chiave. Una posizione bilanciata derivante da queste considerazioni è quella di celebrare la caduta di Maduro condannando parallelamente l’aggressione statunitense in palese violazione del diritto internazionale. Essa, tuttavia, ha la pecca di mischiare in modo piuttosto “cerchiobottista” la ragion di stato a quella che è una considerazione derivante dalla propria etica e morale, che pur condivido. La cinica realtà, però, è che all’Europa sarebbe convenuto avere gli Stati Uniti meno concentrati in America Latina e più in Europa orientale. In seconda battuta, è assolutamente contestabile l’argomento secondo cui il rapimento di Maduro apporterà un miglioramento alle condizioni politiche del Venezuela. Anche in questo caso, quanto scritto in apertura mi porta a sperare che ciò possa effettivamente accadere; tuttavia, la letteratura scientifica sui regime change imposti dall’esterno, nonché le stesse guideline strategiche pubblicate dagli Stati Uniti, portano ad immaginare un outcome differente. La situazione è ancora incerta, ma ciò è già ipotizzabile per diversi motivi: 1) il rovesciamento di un governo senza una riforma profonda dei meccanismi costituzionali e politici di un regime è statisticamente fallimentare; 2) le condizioni politiche interne degli Stati Uniti rendono elettoralmente svantaggioso un impegno completo e prolungato in Venezuela; 3) alla rimozione di Maduro non è conseguito un sovvertimento del potere costituito, bensì una semplice successione nei ruoli di governo; 4) l’esercito e gli apparati statali venezuelani sono ancora fedeli all’establishment precedente; 5) l’attacco degli Stati Uniti va letto soprattutto in chiave di mantenimento del controllo dell’Emisfero Occidentale; 6) gli Stati Uniti dichiarano apertamente la loro disponibilità a cooperare con regimi politici non democratici, purché allineati ai propri interessi strategici. Si osserva, dunque, una mancanza di interesse da parte statunitense nel voler assicurare un’effettiva transizione democratica al Paese, nonché l’assenza delle condizioni politiche interne al Venezuela affinché ciò possa avvenire spontaneamente. Le evoluzioni delle prossime settimane potranno forse smentirmi, ma, fino ad allora, giustificare l’interventismo americano con la retorica della democrazia rimane, ancora una volta, un esercizio di wishful thinking. La lente realista La terza e ultima lente di analisi è quella realista, focalizzata sulla convenienza europea nella tutela dei propri interessi. Essa fornisce quella che, a mio parere, è l’argomentazione più efficace contro l’attacco al Venezuela e la cattura di Maduro e, pur essendo già stata esposta in buona parte nel corso di questa scrittura, lascia aperta un’occasione di sintesi finale. Innanzitutto, è doveroso precisare cosa intenda per “interessi europei” in ambito internazionale. Sebbene siano difficili da individuare univocamente, credo di poter racchiudere nei seguenti quelli che – per impellenza e impatto – ritengo essere i più importanti: la difesa dei confini orientali e la sicurezza dello spazio europeo, la costituzione di una difesa comune e la ridefinizione del rapporto in senso paritario con il partner statunitense. Volendo semplificare la questione, si può dire che l’ultimo tema – il nostro legame con Washington – è fortemente influenzato dai primi due e dalla cronica incapacità dell’Europa di provvedere alla propria sicurezza. In tal senso, le considerazioni da fare sono due: occorre rendersi autonomi quanto prima, ma fino ad allora è essenziale trattenere il più a lungo possibile sul continente l’impegno difensivo statunitense. Da qui il passo è breve: se già in Ucraina gli Stati Uniti hanno dimostrato divergenze rispetto al perseguimento delle nostre priorità, l’attacco al Venezuela non fa che peggiorare la situazione. Tale iniziativa sposta ulteriormente il focus della politica estera americana al di fuori del continente europeo, lasciandoci inevitabilmente più scoperti e vulnerabili. In conclusione, pertanto, le evidenze certificano la dannosità dell’attacco statunitense al Venezuela non in relazione ai principi etici e morali occidentali, bensì rispetto agli interessi europei. La vicinanza umana ad un popolo oppresso fa da contraltare alla nostra lontananza strategica; tuttavia, è quest’ultima a dover prevalere in una valutazione che rende masochista la celebrazione di quanto accaduto il 3 gennaio.
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Samuele CriscuoloBio non disponibile Cerca▼Cerca per argomenti oppure un'autore
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