Apollo 11 e l'11 Settembre Stefano Mitrione La parabola americana e la strategia russa Introduzione Due eventi, un solo numero. Apollo 11 e l'11 settembre 2001 sembrano appartenere a mondi opposti: il primo è l'apice del sogno americano, il secondo la sua più brutale smentita. Eppure condividono una cifra che, come un filo rosso, attraversa la storia della potenza americana. Questo saggio, che trae spunto da un testo geopolitico di analisi critica, si propone di esaminare come quei due momenti simbolici abbiano plasmato non solo la psicologia collettiva degli Stati Uniti, ma abbiano anche fornito a Vladimir Putin un manuale strategico di rara efficacia. Attraverso i fatti, le conseguenze geopolitiche e le implicazioni strategiche, si tenterà di mostrare come il dubbio, più ancora della menzogna, sia diventato la vera arma del Cremlino nel XXI secolo. I Fatti: Due «Undici» e un Terzo Uomo Il 20 luglio 1969, l'Apollo 11 posò i suoi astronauti sulla superficie lunare. Fu il trionfo della tecnica, della ragione illuminista e della volontà americana di spingere la frontiera umana oltre ogni limite conosciuto. In un'epoca segnata dall'assassinio di Kennedy, dalla guerra del Vietnam e dalle tensioni razziali, quella diretta televisiva in bianco e nero sembrò ricomporre una nazione lacerata. Il futuro aveva un nome e quel nome portava il numero undici. Trentadue anni più tardi, l'11 settembre 2001 capovolse quella promessa. Due aerei trasformarono i simboli della potenza finanziaria americana in un cumulo di acciaio e polvere. Il nemico non era uno Stato sovrano, non disponeva di eserciti né firmava trattati: era una rete di fanatici capace di usare la globalizzazione stessa come arma. L'undici non fu più ascesa: fu caduta verticale. Esiste tuttavia un terzo protagonista di questa storia, meno visibile. Vladimir Putin era presidente della Russia da meno di due anni quando le Torri crollarono. Ex agente del KGB ed ex direttore dell'FSB, la sua reazione apparve rapida e generosa: fu il primo leader mondiale a telefonare a George W. Bush, alle cinque e mezza del mattino ora di Mosca, offrendo intelligence sui Talebani e basi in Asia centrale per le operazioni in Afghanistan. Disse che l'attacco era «una sfida all'umanità». Sembrava il preludio a una nuova alleanza strategica tra Russia e Occidente. Quella possibilità tramontò rapidamente. Bush scelse l'Iraq, un paese privo di qualsiasi legame diretto con l'11 settembre, ignorando le obiezioni di Putin e degli alleati europei. La guerra al terrore divenne guerra di scelta, bruciando otto trilioni di dollari, consumando la credibilità morale americana ad Abu Ghraib e Guantánamo, lacerando il fronte interno. Putin osservò in silenzio. E imparò. È importante sgomberare il campo da un equivoco ricorrente: Putin non ha mai sostenuto pubblicamente le teorie complottiste sull'11 settembre. Al forum giovanile di Seliger, il 1° agosto 2011, liquidò esplicitamente l'ipotesi dell'inside job come «assolute sciocchezze», paragonandola alla negazione dello sbarco lunare (1). Eppure i media di Stato russi (RT, Sputnik, Tsargrad) hanno continuato a diffondere documentari e articoli che alimentano quei sospetti. Questo doppio binario non è un accidente: è una strategia deliberata di «negabilità plausibile». Conseguenze geopolitiche L'11 settembre modificò in modo permanente gli equilibri del sistema internazionale, e lo fece in una direzione che avvantaggiò oggettivamente la Russia. Gli Stati Uniti, la sola superpotenza rimasta dopo il 1991, si impantanarono in due conflitti privi di obiettivi di uscita chiari - Afghanistan e Iraq - perdendo non solo risorse materiali ma capitale simbolico e autorità morale. Quello che era stato il «momento unipolare» americano si consumò tra le sabbie del Medio Oriente. Mentre Washington era distratta, Mosca ricostruiva. Putin utilizzò le entrate petrolifere degli anni Duemila per modernizzare le forze armate, riconsolidare il controllo interno e proiettare influenza nelle regioni periferiche dell'ex spazio sovietico. La Georgia nel 2008 e la Siria nel 2015 furono i laboratori di questa nuova assertività, interventi che avvennero a seguito del caos che si sviluppava in quello che la Russia chiama l’estero vicino. Tutto ciò risultò possibile in quanto l'Occidente era ancora parzialmente paralizzato dalla crisi finanziaria del 2008 e dalle sue conseguenze. Sul piano della diplomazia multilaterale, l'egemonia americana uscì logorata dall'11 settembre. La decisione di invadere l'Iraq senza mandato ONU indebolì il diritto internazionale come strumento di legittimazione, aprendo la strada a un'argomentazione che Putin - ma anche altri politici anche occidentali - avrebbe usato decenni dopo: se Washington può invocare ragioni di sicurezza per aggirare il Consiglio di Sicurezza, perché non può farlo Mosca? L'invasione dell'Ucraina nel 2022 si nutre retoricamente di questa precedente erosione del principio di legalità internazionale. Sul piano dell'alleanza atlantica, l'11 settembre produsse una solidarietà iniziale - fu invocato per la prima volta l'articolo 5 del Trattato NATO - ma aprì anche faglie profonde. La divisione tra «nuova Europa» filo-americana e «vecchia Europa» critica rispetto alla guerra in Iraq fu il primo sintomo di una NATO che si sarebbe rivelata non sempre coesa. La Russia, che sperava di essere accolta nel contesto euro-atlantico, si ritrovò a sostenere l’Europa energeticamente, ma nel contempo gestì il suo rapporto diplomatico con attenzione e in alcuni casi con freddezza e atteggiamenti malevoli ogniqualvolta vedeva a rischio i suoi interessi nazionali. Conseguenze Strategiche Le lezioni che Putin trasse da quel giorno costituiscono un vero e proprio manuale del cinismo strategico. La prima lezione riguarda la natura emotiva delle reazioni occidentali. Dopo l'11 settembre gli Stati Uniti scelsero guerre infinite senza obiettivi di uscita, un indebitamento massiccio e una sorveglianza di massa che alienò gli alleati. Putin comprese che «l'America quando ha paura diventa irrazionale» e che «si indebolisce da sola». Mentre gli Stati Uniti si consumavano in Medio Oriente, lui consolidava il potere interno, ricostruiva il tessuto sociale distrutto dopo il 1992, cercando di arginare le forze centrifughe che allontanavano le periferie dalla centralità moscovita. La seconda lezione riguarda l'esportazione e la gestione della paura. Putin capì che per gli USA il terrorismo non era un nemico da sconfiggere, ma «uno strumento da usare». Negli anni Duemila in Russia avvenne qualcosa di simile quando usò la minaccia cecena (che aveva colpito al cuore di Mosca uccidendo centinaia di bambini innocenti) per giustificare la limitazione delle libertà in Russia, proprio come Bush aveva fatto con il Patriot Act. Quando comprese che gli occidentali agivano in aperto contrasto con quanto dichiarato e di fatto alimentavano il disordine e il caos nel Vicino Oriente e nel Nord Africa cercò di contenere gli effetti che rischiavano di contagiare parti del territorio della Russia. La terza lezione, forse la più sofisticata, riguarda la verità e il suo valore strategico. L'11 settembre mostrò che l'America poteva costruire una guerra su evidenti bugie (le armi di distruzione di massa irachene) - cosa peraltro costante nella storia statunitense se guardiamo alla guerra Ispano-americana - e farlo davanti al mondo intero, con nessuna conseguenza. Putin ne trasse una conclusione radicale: se la verità fattuale non è più un arbitro universalmente accettato, allora il dubbio sistematico può diventare un'arma geopolitica. Non occorre proporre una menzogna alternativa credibile: basta inondare il campo informativo di versioni contrastanti, seminare sospetti, esaurire la capacità critica dell'avversario. È questo il significato del doppio binario tra le dichiarazioni di Putin, che smentisce le teorie complottiste sull'11 settembre e sullo sbarco lunare, e la produzione dei media di Stato, che quelle teorie alimentano quotidianamente. La vera arma non è la falsa verità ma il dubbio permanente, che corrode la fiducia nelle istituzioni democratiche, rende le opinioni pubbliche occidentali più malleabili e più difficilmente mobilitabili per sostenere politiche di deterrenza coerenti. Conclusioni Apollo 11 e l'11 settembre 2001 non sono soltanto due pagine della storia americana: sono i marcatori di una parabola che ha ridisegnato la mappa del potere globale. Dal futuro luminoso alla paura permanente, dalla fiducia nella ragione alla sospensione di ogni fiducia. Putin ha letto quella parabola con lucidità e ne ha fatto un manuale operativo, senza aver bisogno di complotti né di menzogne grossolane: gli è bastato sfruttare le contraddizioni che l'America ha generato da sola. La raccomandazione che discende da questa analisi è duplice. Sul piano istituzionale, le democrazie occidentali devono sviluppare una maggiore capacità di risposta strategica alle crisi, evitando le trappole della reazione emotiva che produce guerre senza uscita e legislazioni di emergenza che si ritorcono contro i valori che si pretende di difendere. Sul piano dell'informazione, è urgente investire nella resilienza cognitiva delle società democratiche: non per imporre una verità di Stato, ma per formare cittadini capaci di distinguere il dubbio legittimo - strumento del pensiero critico - dalla nebbia del dubbio sistematico, che è invece strumento di dominio. Il numero undici, in fondo, non porta con sé né ascesa né caduta: porta ciò che gli uomini di potere decidono di farne. © RIPRODUZIONE RISERVATA (1) Trascrizione video Seliger Forum il 1° agosto 2011 [00:00] Alexey (Novosibirsk): "Mi chiamo Alexey Anisimov, città di Novosibirsk. Ho una domanda: secondo lei, gli americani sono sbarcati sulla Luna? Si sono posati sulla Luna?" [00:08] Vladimir Putin: "Penso di sì." [00:11] Alexey: "Ma c'è una versione secondo cui..." [00:13] Vladimir Putin: "Conosco questa versione. Mi sembra che falsificare un evento del genere sia impossibile. In ogni caso... Sapete, è la stessa cosa che dicono alcuni, sostenendo che l'11 settembre gli americani abbiano fatto saltare in aria le Torri Gemelle da soli, che abbiano diretto loro stessi le azioni dei terroristi." [00:35] Vladimir Putin: "Assolute sciocchezze. Insomma, frottole. È impossibile. È stata un'enorme tragedia per il popolo americano e una grande tragedia per tutto il mondo, credo, quello che è successo l'11 settembre." [00:50] Vladimir Putin: "La morte di migliaia di persone... e immaginare che i servizi segreti americani l'abbiano fatto consapevolmente, con le proprie mani... è una totale assurdità. Sapete, questo lo possono dire solo persone che non capiscono affatto le tecnologie di lavoro dei servizi segreti." [01:12] Vladimir Putin: "Si potrebbe allora dire che Yuri Gagarin non ha mai volato, capite? Ci si può inventare di tutto. Ma nel frattempo, non dimentichiamocelo, è stato un nostro connazionale a fare il primo passo nello spazio." FONTI
Il sito **Sputnik Mediabank** ospita una galleria di **41 fotografie** scattate durante la visita di Putin al forum il 1° agosto 2011. Le immagini, firmate dal fotografo Sergey Mamontov, includono: * Putin che risponde alle domande dei partecipanti. * Putin che interagisce con i ragazzi, stringe loro la mano o firma autografi. * Putin che dà il via a una competizione di braccio di ferro.
1 Commento
Abi
9/6/2026 23:13:12
Vladimir Putin fu il primo leader straniero a chiamare il presidente George W. Bush per esprimere solidarietà, offrendo pieno sostegno nella lotta al terrorismo globale e agevolando le operazioni militari statunitensi in Afghanistan.Gli elementi chiave della posizione espressa da Putin all'epoca includono:Telefonata immediata: Putin fu il primo capo di stato a contattare la Casa Bianca dopo gli attentati, offrendo un supporto inaspettato e un asse comune contro la minaccia islamista, che Mosca combatteva già nel Caucaso.Sostegno logistico e strategico: La Russia acconsentì all'apertura di basi americane in Asia Centrale e condivise informazioni di intelligence, inaugurando una fase di forte cooperazione con l'amministrazione Bush.Visita al memoriale: Nel novembre del 2001, Putin si recò personalmente a Ground Zero a New York, deponendo una corona di fiori in memoria delle vittime sul luogo del crollo delle Torri Gemelle.L'evoluzione successiva: Con il passare degli anni, e in particolare dopo l'invasione dell'Iraq nel 2003 e l'espansione della NATO a est, la cooperazione iniziale si è deteriorata, portando a una visione critica da parte del Cremlino sulla gestione unipersonale della sicurezza globale da parte di Washington.Per approfondire i documenti declassificati sui colloqui tra i due leader, è possibile consultare l'articolo pubblicato dal National Security Archive della George Washington University.
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