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Trump si sente solo? Certo, ma non è umiltà. Il suo narcisismo campa di sguardi altrui, e la bassa autostima è il motore che lo spinge a chiedere attenzione.
Ecco perché, durante la cena dei leader del G7, si avvicina a Giorgia Meloni e le sussurra: "Mi hai abbandonato". Non è un rimprovero politico, è un atto di dipendenza. Lei lo rassicura: "Non è vero, siamo sempre stati amici". Lui ha già ottenuto ciò che voleva: uno specchio che gli restituisca la sua immagine. Il giorno dopo, quando entra nella stanza dei lavori, sa di avere già incassato quella conferma. E allora può permettersi il gesto teatrale: si siede e dichiara a tutti: "I'm the boss". Il potere è una maschera che indossa dopo essersi assicurato che qualcuno, ancora una volta, lo abbia guardato. Ma c'è un'altra verità, più amara: è il Boss. E da Boss puoi comandare, incutere timore, pretendere obbedienza. Ma l'amore? Quello non si comanda. La gente ti teme, ti sopporta, ma non ti ama. E nel momento in cui il potere vacilla, ti ritrovi esattamente così: circondato da cortigiani, ma terribilmente solo. Un conto è essere il capo. Un conto è essere amati. Lui ha scelto il comando, e ora raccoglie la solitudine. Ma il suo lamento - quel "mi hai abbandonato" sussurrato a cena - è la prova che non aveva capito questa regola. Pensava che il potere bastasse a riempire il vuoto. Non è così. E nessun leader, per quanto forte, può fare a meno di qualcuno che lo guardi con affetto sincero. Ma da Boss, quell'affetto non lo avrai mai. La cronologia del G7 lo racconta meglio di qualsiasi analisi: prima cerca lo specchio (Meloni), poi indossa la maschera ("I'm the boss"). Prima il bisogno, poi la recita. E questa, per un narcisista, è la condanna più dura: avere tutto il potere, ma nessuno che ti ami davvero. E sapere, nel profondo, che nemmeno tu sai amare: sai solo esigere sguardi. La cronologia dimostra che la sicurezza del Boss arriva solo dopo aver ottenuto la rassicurazione. Senza quella, non avrebbe avuto il coraggio di fare la sua entrata. È la prova che la tua intuizione era giusta: la bassa autostima (il panico dell'abbandono) è il motore; il narcisismo (la proclamazione del potere) è il carburante che brucia per mascherare quel panico. La centralità come struttura dell'essere: per un apprezzamento non schierato della leadership di Giorgia Meloni Non sono un elettore di Fratelli d'Italia. Non condivido ogni scelta del governo, né mi riconosco in tutte le bandiere che questo esecutivo sventola. Eppure, se dovessi fondare un partito mio - un partito forse impossibile, fatto di un solo iscritto e di una visione del mondo - Giorgia Meloni lo metterei dentro. Non come avversaria, non come alleata di comodo. Come figura che ha compiuto un gesto necessario, quasi filosofico, prima ancora che politico: ha ridato all'Italia una centralità esistenziale. Non è poco. Anzi, è forse la precondizione di tutto il resto. La sindrome della periferia Per anni il nostro paese ha vissuto una condizione che potremmo chiamare sindrome della periferia. Non geografica, ma ontologica. L'Italia si percepiva come un attore secondario sulla scena internazionale: reattivo, marginale, spesso in affanno. Le crisi economiche, la pandemia, l'instabilità governativa cronica avevano scavato un solco profondo nell'autopercezione collettiva. Non eravamo più un centro. Eravamo un'eco. In termini più astratti: l'Italia era scivolata in una sorta di "io-nulla" geopolitico. Una coscienza collettiva che fatica a riconoscersi come soggetto della propria storia, e si consegna al ruolo di spettatore. Ora, la politica non è solo amministrazione. È anche - forse soprattutto - produzione di senso. E il senso, prima ancora dei contenuti, ha bisogno di un luogo: un centro da cui irradiarsi. Meloni e la restituzione del centro Qui si inserisce il gesto di Giorgia Meloni. La sua leadership ha operato, volutamente o meno, una restituzione simbolica: ha ridato all'Italia la percezione di essere un soggetto. Una voce. Una bolla di coscienza collettiva capace di dire «esisto, conto, parlo». Lo ha fatto con i toni decisi, con una presenza internazionale costante, con una comunicazione che - piaccia o meno - trasmette direzione. Ha smesso di chiedere scusa. Ha ricominciato a pronunciare la parola "Italia" senza l'imbarazzo di chi teme di apparire retorico. E in un paese ferito, smarrito, questo gesto ha avuto un effetto che travalica gli schieramenti: ha rimesso al centro l'idea stessa che esista un progetto nazionale. Non è un dettaglio. È la struttura primaria dell'identità politica. Prima di discutere il che cosa fare, bisogna sapere chi lo fa. E il "chi", per una nazione, ha bisogno di percepirsi come centro. Centralità non è isolamento Detto questo - ed è qui che il mio apprezzamento si fa sfumato, e spero onesto - la centralità non basta. Una bolla che si percepisce come unico centro assoluto è destinata a isolarsi, a gonfiarsi di retorica, a scambiare il tono con la sostanza. Ed è il rischio che ogni leadership "esistenziale" corre: quello di semplificare problemi complessi, di alimentare polarizzazioni, di contrapporre un "noi" ritrovato a un "loro" sempre meno sfumato. Ma se la centralità è relazionale, allora il discorso cambia. Essere centro significa anche riconoscere che la propria esistenza dipende da quella degli altri. In geopolitica come nella vita. L'Italia può tornare a contare, ma deve farlo dentro una rete di interdipendenze: europee, atlantiche, mediterranee. La schiuma è fatta di tante bolle, e nessuna esiste da sola. Un partito di una persona sola Non ho un partito. Ma se dovessi immaginarlo, sarebbe un partito che tiene insieme due verità apparentemente opposte: ogni popolo è il centro del proprio universo, e nessun popolo è il centro dell'Universo. Meloni la prima verità l'ha incarnata, e gliene va dato atto. Ha restituito all'Italia la percezione di essere un soggetto geopolitico, dopo anni in cui sembravamo un oggetto conteso. È un'operazione legittima, anzi necessaria. La seconda verità - quella dell'interdipendenza radicale - è il cantiere ancora aperto. Non solo per lei, ma per chiunque raccoglierà la sfida di governare un paese che ha ritrovato la voce, e ora deve decidere cosa dire al mondo. Una maturità possibile Forse il mio non è un giudizio politico, ma una constatazione umana. Oggi molti italiani non si riconoscono in un partito, ma riconoscono a un leader il merito di aver ridato peso al paese. È un sentimento ibrido, fatto di distanza e gratitudine. La distanza dalle politiche specifiche. La gratitudine per la centralità restituita. Questo spazio ibrido è, a mio avviso, il luogo politico più interessante del nostro tempo. Non cerca padri né madri della patria. Cerca qualcuno che restituisca senso senza tradire la complessità. E forse la maturità di un elettorato si misura proprio qui: nella capacità di apprezzare un gesto senza per questo arrendersi a una bandiera. Giorgia Meloni quel gesto l'ha compiuto. Ora la domanda è se la centralità ritrovata saprà farsi visione, relazione, progetto. Se la bolla Italia saprà riconoscersi parte della schiuma. Perché, alla fine, nessun paese è un'isola. Ma ogni paese ha diritto di sentirsi, almeno per un momento, il centro del proprio universo. Stefano Mitrione © RIPRODUZIONE RISERVATA
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Luglio 2026
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