L'accelerazione che nessuno si aspettava e lo "scarica barile" delle compagnie petrolifere19/8/2026 di Stefano Mitrione La partita a ping-pong delle responsabilità mentre il pianeta brucia. E mentre i ghiacci si sciolgono e le notti diventano tropicali, loro continuano a trivellare. Le compagnie dicono: "Noi produciamo ciò che il mercato richiede. È colpa dei consumatori che bruciano i nostri prodotti." E per una volta sono d'accordo con le compagnie petrolifere, nel senso che non le scagiono del tutto, ma nemmeno le ritengo le principali responsabili. "Perché vedete, le guerre non le fanno solo i fabbricanti d'armi e i commessi viaggiatori che le vendono, ma anche le persone come voi, le famiglie come la vostra, che vogliono, vogliono, vogliono e non si accontentano mai. Le ville, le macchine, le moto, le feste, il cavallo, gli anellini, i braccialetti, le pellicce e tutti i cazzi che ve se fregano... costano molto, e per procurarseli qualcuno bisogna depredare. Ecco perché si fanno le guerre." Così chiosava Alberto Sordi nel suo film "Finché c'è guerra c'è speranza. E noi?Non sono solo le compagnie petrolifere a essere responsabili del surriscaldamento climatico, ma anche noi, con la nostra domanda insaziabile di energia, plastica, voli low cost e beni di consumo. Accusare solo le compagnie è ipocrita, come la famiglia di Pietro Chiocca: ci indigniamo per le trivellazioni, ma non rinunciamo alla macchina, al riscaldamento o allo smartphone. La vera responsabilità è sistemica: è il modello di sviluppo e consumo che crea la domanda, e le compagnie petrolifere sono gli intermediari principali di un sistema economico che ci vede tutti complici. Riecheggio la "tragedia dei beni comuni" (Tragedy of the Commons) di Garrett Hardin. Questa teoria, resa celebre nel 1968, descrive proprio il destino di una comunità che, agendo razionalmente nell'interesse individuale, finisce per distruggere la risorsa condivisa da cui tutti dipendono. Il fallimento di quella proto-società ne è un esempio storico o sperimentale. La nostra specie non è autosufficiente come altre; ha bisogno di un consumo continuo delle risorse globali, senza che queste abbiano il tempo necessario per rigenerarsi. Da questo modello evolutivo conseguono guerre, carestie e alterazioni dei cicli vitali del pianeta che ci ospita [1,2]. Questo articolo entra nel vivo della "ferita umana", e non lo fa con cattiveria o supponenza, ma per capire se, in qualche modo, possiamo rivedere i nostri comportamenti senza quel "scarica barile" che tanto ci aggrada. La partita a ping-pong della responsabilità climaticaNegazione, delega, greenwashing In una lettera datata 17 luglio 2025 e inviata ad Azminah e Caroline* del BHRRC (Business & Human Rights Resource Centre), - in risposta a un rapporto dell'Union of Concerned Scientists e riguardante le responsabilità sul cambiamento climatico -, BP (British Petroleum) ha riconosciuto che i punti sollevati nel rapporto "non sono nuovi" e ha dichiarato che non avrebbe commentato ciascuno di essi singolarmente. Invece, l'azienda si è concentrata sulla sua strategia attuale, che include due obiettivi principali di "net zero":
La lettera ha inoltre osservato che questi obiettivi sono "abilitati da politiche governative di supporto". BP ha fatto riferimento alla sua storia sulla questione, sottolineando di essere stata "una delle prime compagnie petrolifere e del gas a riconoscere il cambiamento climatico" nel 1997. *NOTE:
Il nome "Azminah" si riferisce quasi certamente ad Azminah Rahman (il nome compare in forma abbreviata in alcune comunicazioni). "Caroline" è invece Caroline Rees, una figura molto nota nel settore. Entrambe lavorano per il Business & Human Rights Resource Centre (BHRRC), l'organizzazione che ha ricevuto la lettera da BP. Il Business & Human Rights Resource Centre Prima di parlare delle singole persone, è utile capire il contesto in cui operano. Il BHRRC è un'organizzazione non governativa (ONG) internazionale e indipendente. La sua missione principale è quella di monitorare, documentare e rendere pubblici gli impatti delle aziende multinazionali sui diritti umani in tutto il mondo. Il centro gestisce una piattaforma online gratuita che raccoglie informazioni su oltre 5.600 aziende in più di 180 paesi e traduce i contenuti in sette lingue. Tra i temi che affronta ci sono il lavoro, l'ambiente e, come in questo caso, il clima. Chi sono Azminah Rahman e Caroline Rees Ecco i dettagli sulle due professioniste:
Il ruolo nel contesto della lettera In sintesi, Azminah Rahman e Caroline Rees facevano parte (o sono state contattate in quanto) rappresentanti del Business & Human Rights Resource Centre. L'organizzazione aveva pubblicato un rapporto dell'Union of Concerned Scientists che accusava le grandi compagnie petrolifere di aver condotto per decenni campagne di disinformazione sui cambiamenti climatici. La lettera di BP del 17 luglio 2025 era la risposta ufficiale dell'azienda a quelle accuse, inviata proprio al centro e quindi a loro in qualità di referenti. Come tutti additano gli altri, e nessuno guarda se stessoC'è una scena che si ripete, ormai, da trent'anni. Un'azienda petrolifera pubblica un rapporto sulla sostenibilità. Un governo annuncia nuovi target per le emissioni. Un consumatore separa la plastica dalla carta umida. E poi, invariabilmente, tutti puntano il dito contro qualcun altro. Le compagnie dicono: "Noi produciamo ciò che il mercato richiede. È colpa dei consumatori che bruciano i nostri prodotti." I governi dicono: "Abbiamo firmato accordi internazionali, ma le aziende non rispettano gli impegni." I cittadini dicono: "Io faccio la mia parte, ma cosa serve se le multinazionali continuano a trivellare?" E intanto il pianeta si surriscalda. Questa dinamica, che alcuni studiosi hanno definito "responsibility ping-pong" , è forse l'ostacolo più insidioso alla transizione ecologica . Perché finché ognuno può addossare la colpa all'altro, nessuno si muove veramente. Il caso BP: l'invenzione dell'impronta di carbonioNel 2004, la società petrolifera BP lanciò una campagna pubblicitaria da 200 milioni di dollari che avrebbe cambiato per sempre il dibattito sul clima . L'obiettivo dichiarato era "Beyond Petroleum": andare oltre il petrolio, abbracciare le rinnovabili, diventare un'azienda "verde". Il vero capolavoro di marketing, però, fu un altro: la calcolatrice dell'impronta di carbonio personale . L'agenzia pubblicitaria Ogilvy & Mather, incaricata da BP, prese un concetto accademico degli anni '90 e lo trasformò in uno strumento che permetteva a chiunque di calcolare quanto la propria vita stesse contribuendo al riscaldamento globale . Quanto inquina la tua auto? Quanto il tuo volo per le vacanze? Quanto il tuo hamburger? L'operazione fu geniale, e perfida. Come documentato da un rapporto del Center for Climate Integrity, la strategia di BP fu quella di spostare la responsabilità del cambiamento climatico dai produttori di combustibili fossili ai singoli consumatori . Se il problema sono le tue scelte quotidiane, allora non è più un problema dell'azienda che estrae il petrolio. È un problema tuo. Tu devi sentirti in colpa. Tu devi cambiare. E funzionò. Il concetto di "impronta di carbonio" fu adottato da centinaia di organizzazioni ambientaliste e governi di tutto il mondo . Oggi è diventato così pervasivo che quasi nessuno ricorda che è stato inventato da un'azienda petrolifera per deviare l'attenzione dalla propria responsabilità . Ma cosa faceva BP, nel frattempo? Tra il 2010 e il 2018, l'azienda investì appena il 2,3% dei propri capitali in progetti a basse emissioni di carbonio . Nel 2002, mentre la campagna "Beyond Petroleum" era al suo apice, BP spese 12 miliardi di dollari in petrolio e gas, e 25 volte tanto rispetto a quanto investì in energie rinnovabili . Nel 2012 uscì dal business del solare, nel 2013 da quello dell'eolico . Oggi, nonostante le promesse di "net zero", l'azienda continua a essere, fondamentalmente, un'azienda petrolifera. Un professionista delle pubbliche relazioni che lavorò alla campagna ammise candidamente anni dopo: "Era solo pubblicità. Non andarono oltre il petrolio. Sono petrolio" . Il nuovo tentativo: Carbon MeasuresSe l'impronta di carbonio era la strategia di ieri, oggi le grandi compagnie hanno affinato il gioco. Nel 2025 è stata lanciata l'iniziativa Carbon Measures, sostenuta da ExxonMobil e da altri 19 grandi emettitori, tra cui BASF, Nucor e Mitsubishi Heavy Industries . L'obiettivo dichiarato è creare un nuovo sistema di contabilità delle emissioni, basato non sulle emissioni totali di un'azienda (gli attuali Scope 1, 2 e 3), ma sull'intensità di carbonio dei singoli prodotti . Tradotto: le emissioni non vengono più contabilizzate a carico di chi estrae il petrolio, ma di chi lo consuma . Come riportato da Reuters, l'amministratore delegato di ExxonMobil, Darren Woods, sostiene da tempo che "il problema non sono le compagnie petrolifere, ma le emissioni derivanti dall'uso dei loro prodotti, e quindi va affrontato dal lato della domanda" . In altre parole: non è chi estrae il petrolio a essere responsabile delle emissioni, ma chi lo brucia. Il sistema proposto, noto come "E-ledgers", richiederebbe ai fornitori di trasferire le emissioni dei propri prodotti agli acquirenti lungo la catena di fornitura. Per una compagnia petrolifera, questo significherebbe che le emissioni derivanti dall'uso dei suoi prodotti (le cosiddette Scope 3, che rappresentano la stragrande maggioranza del loro impatto climatico) non apparirebbero più nei loro bilanci ambientali . La mossa ha suscitato forti critiche. Un gruppo di imprenditori, investitori e ONG ha firmato una dichiarazione congiunta in cui si afferma che un sistema basato sui prodotti rischia di "oscurare gli impatti a livello sistemico e le leve più importanti per aziende e investitori", specialmente nei settori ad alta intensità di emissioni come energia, acciaio, cemento e chimica . Peter Bakker, capo del World Business Council for Sustainable Development (che ha sviluppato il Greenhouse Gas Protocol insieme al WRI), ha dichiarato che "la frammentazione in sistemi contabili paralleli aumenterebbe i costi, ridurrebbe la comparabilità e indebolirebbe la fiducia degli investitori. Questo rallenterebbe inevitabilmente e aumenterebbe i costi della transizione" . In altre parole: mentre il mondo avrebbe bisogno di sistemi chiari e condivisi per misurare le emissioni e responsabilizzare i grandi inquinatori, Carbon Measures rischia di creare confusione e rallentare l'azione climatica, proprio nel momento in cui servirebbe accelerare. Il gioco delle tre carte della responsabilitàLa strategia delle compagnie petrolifere segue un copione ben preciso, che gli studiosi hanno definito "organised irresponsibility" . Primo atto: negazione. Per decenni, le compagnie hanno negato l'esistenza del problema. Un rapporto del Center for Climate Integrity documenta come, tra il 1988 e il 2005, ExxonMobil abbia speso oltre 16 milioni di dollari per diffondere informazioni fuorvianti sul cambiamento climatico . BP stessa, già nel 1991, produsse un documentario che metteva in guardia dalle "conseguenze devastanti" dell'aumento della CO₂, ma si unì poi alla Global Climate Coalition, un potente gruppo industriale che coordinò l'opposizione al Protocollo di Kyoto . Secondo atto: delega. Quando la negazione divenne insostenibile, le compagnie cambiarono strategia. Iniziarono a parlare di "responsabilità individuale", di "impronta di carbonio", di "scelte del consumatore". È il momento in cui BP lanciò la sua calcolatrice, e in cui le compagnie iniziarono a dire: "Il problema è reale, ma non è colpa nostra. È colpa di chi usa i nostri prodotti" . Terzo atto: greenwashing. Oggi le compagnie si presentano come "leader nella lotta al cambiamento climatico", pubblicando campagne pubblicitarie che esaltano i loro investimenti in energie rinnovabili, pur continuando a investire la stragrande maggioranza dei capitali in combustibili fossili . Il Center for Climate Integrity ha analizzato oltre 300 pubblicità di BP, Chevron, ExxonMobil e Shell degli ultimi 25 anni, classificandole in sette categorie di inganno: riduzione delle emissioni, investimenti in rinnovabili, azione individuale, gas naturale, cattura del carbonio, idrogeno e biocarburanti . La conclusione del rapporto è lapidaria: "Queste campagne hanno efficacemente coltivato una narrazione più ampia e ingannevole secondo cui le compagnie petrolifere e del gas sono leader nella lotta al cambiamento climatico, quando in realtà stanno attivamente alimentando la catastrofe climatica in tutto il mondo" . E i consumatori? E i governi?Ma sarebbe sbagliato ridurre tutto a una storia di cattivi contro vittime. La partita a ping-pong della responsabilità coinvolge tutti. I consumatori hanno effettivamente un ruolo. Le nostre scelte quotidiane, le nostre abitudini di consumo, i nostri stili di vita contribuiscono alle emissioni. È vero. Ma come osservano gli studiosi, la narrazione della responsabilità individuale rischia di essere una forma di "magical thinking": un'aspettativa irrealistica che gli individui possano, con le loro scelte, risolvere problemi sistemici . È come chiedere a un singolo pedone di risolvere il traffico di una metropoli. I governi, dal canto loro, hanno firmato accordi, stabilito target, creato meccanismi di mercato come l'ETS europeo. Ma come documenta un'analisi della Cambridge University Press, questi meccanismi sono stati largamente inefficaci: il prezzo del carbonio è rimasto troppo basso per incentivare cambiamenti reali, e le compagnie hanno spesso aggirato le regole . Le stesse compagnie petrolifere hanno chiesto "quadri politici chiari, stabili e ambiziosi" per poter fare di più, ma hanno continuato a fare lobbying contro le regolamentazioni che avrebbero limitato le loro emissioni . Le compagnie, infine, hanno una responsabilità che va ben oltre quella di "soddisfare la domanda". Sapevano. Sapevano degli effetti dei loro prodotti fin dagli anni '70. Hanno finanziato la menzogna. Hanno bloccato le regolamentazioni. E oggi, mentre annunciano investimenti "verdi" che rappresentano una frazione irrisoria dei loro bilanci, continuano ad aumentare la produzione . Una responsabilità condivisa, ma non simmetricaLa studiosa Säde Hormio, in un libro dedicato alla responsabilità climatica, propone un approccio che potrebbe uscire dall'impasse: una responsabilità condivisa, che coinvolga tutti gli attori, ma non in modo simmetrico . L'idea è semplice: tutti hanno un ruolo, ma i ruoli sono diversi. I governi devono creare le condizioni per la transizione (prezzi del carbonio seri, investimenti pubblici, regole chiare). Le aziende devono cambiare i loro modelli di business, non solo le loro campagne di marketing. E i cittadini devono fare la loro parte, ma anche pretendere che governi e aziende facciano la loro. I governi, in particolare, non possono limitarsi a chiedere ai cittadini di spegnere le luci mentre le grandi infrastrutture restano ancorate ai combustibili fossili. Non è solo ingiusto: è inefficace. Come ha scritto un'analisi del Bristol University Press, la responsabilità individuale non può sostituire la responsabilità sistemica: "La narrazione della responsabilità individuale tiene gli individui responsabili per risultati sistemici su cui hanno un controllo limitato, trascurando le differenze nella capacità delle persone di fare scelte responsabili" . La verità che nessuno vuole sentireSe c'è una verità scomoda in tutto questo, è che nessuno è innocente, ma non tutti sono ugualmente colpevoli. Le compagnie petrolifere hanno creato il problema, lo hanno nascosto per decenni, e ora cercano di spostare la colpa su chiunque altro. Hanno una responsabilità storica, materiale e morale che non può essere lavata via con una campagna pubblicitaria o con un nuovo sistema contabile. Ma anche i governi, i cittadini, le istituzioni internazionali hanno le loro responsabilità. I governi hanno fallito nel regolamentare. I cittadini hanno spesso preferito la comodità alla coerenza. Le istituzioni internazionali hanno prodotto accordi troppo deboli e troppo tardivi. La partita a ping-pong della responsabilità deve finire. Non perché sia ingiusta (lo è), ma perché è inefficace. Finché ognuno punta il dito contro l'altro, il tempo passa, le emissioni crescono, e il pianeta si surriscalda. Forse è ora di smettere di giocare a ping-pong e iniziare a remare tutti nella stessa direzione. O, per usare le parole di Ponzio Pilato, di smettere di lavarsi le mani e iniziare a prendersi le proprie responsabilità. Prima che sia troppo tardi. (*note e fonti a piè di pagina) Lo sbalordimento degli scienziati e il silenzio dei petrolieriMaggio 2025. In Siberia centrale, una regione sinonimica di inverni artici e estati miti, il termometro tocca 36,6°C. Ugloskoye, 57° parallelo nord—la stessa latitudine di Berlino—registra un'anomalia di oltre 20 gradi rispetto alla media stagionale. Non a giugno, come nel record del 2020 a Verkhoyansk, ma a maggio. Un mese in cui simili valori non si erano mai toccati. Gli scienziati sono sbalorditi. E non solo per la Siberia. In Algeria, a In Guezzam, la minima notturna raggiunge i 35°C. In Iraq, notti tropicali a 33,8°C ad Al Khalis, 33,5°C a Kirkuk. Baghdad tocca i 30,3°C di notte, quando la media di maggio oscilla tra i 16°C e i 24°C. Il pianeta sta accelerando verso un futuro che i modelli climatici faticano a tenere il passo. E i petrolieri, mentre il mondo brucia, cosa dicono? Patrick Pouyanne, amministratore delegato di TotalEnergies, alla COP30 in Brasile, di fronte a un attivista di Greenpeace che chiede risarcimenti per le vittime degli eventi estremi, risponde: "Ci sono stati cicloni nei Caraibi per decenni." Quando gli viene fatto notare che si stanno accelerando, replica: "Non sono uno scienziato. Non sono un meteorologo. Osservo semplicemente che, purtroppo, c'erano (cicloni), ce ne sono ancora e ce ne saranno altri." "Non sono uno scienziato." La stessa frase che per decenni è stata il mantra della negazione climatica. Oggi, con il pianeta che va a fuoco, è ancora la risposta di chi non vuole guardare in faccia la realtà. Pouyanne è scettico anche sulla prospettiva di una tabella di marcia per l'eliminazione graduale dei combustibili fossili: "È una visione europea, organizzata dai governi. Forse dovremmo fidarci anche degli attori che stanno investendo. Pensare che riusciremo attraverso la sola regolamentazione—stiamo iniziando a capire che non funzionerà." BP: "La fiducia nella transizione era fuori luogo"A febbraio 2025, BP annuncia un "Reset BP" . L'azienda che nel 2004 ci aveva insegnato a calcolare la nostra "impronta di carbonio", che nel 2020 prometteva di ridurre la produzione di petrolio e gas del 40%, ora fa marcia indietro. L'amministratore delegato Murray Auchincloss dichiara: "La fiducia nella transizione verde era fuori luogo. Siamo andati troppo lontano, troppo velocemente." I numeri parlano chiaro: investimenti in rinnovabili ridotti di 5 miliardi di dollari l'anno (a meno di 2 miliardi), investimenti in petrolio e gas aumentati del 20% (a 10 miliardi di dollari). L'obiettivo dichiarato? "Un focus inflessibile sulla crescita del valore per gli azionisti nel lungo termine. ExxonMobil: contabilità creativa e minacce all'EuropaDarren Woods, CEO di ExxonMobil, ha una strategia diversa ma altrettanto emblematica. Alla COP30 in Brasile, spinge l'iniziativa Carbon Measures, un nuovo sistema di contabilità delle emissioni che, secondo i critici, sposterebbe la responsabilità dell'inquinamento dai produttori ai consumatori. Le sue parole sembrano ragionevoli: "Se non puoi misurarlo, non puoi gestirlo. Il primo passo per ridurre le emissioni globali è sapere da dove provengono—e oggi non abbiamo un sistema accurato per farlo." Ma quando l'Unione Europea gli chiede di allineare i piani aziendali all'Accordo di Parigi (limitare il riscaldamento a 1,5°C), Woods risponde con un ultimatum: "Se non riusciamo ad avere successo in Europa e, cosa ancora più importante, se iniziano a cercare di applicare le loro leggi dannose in tutto il mondo, dove operiamo, diventa impossibile rimanerci." La legge europea sulla due diligence per la sostenibilità? Woods la definisce "tecnicamente irrealizzabile" e minaccia di lasciare il continente. Shell: gas, gas, gasWael Sawan, CEO di Shell, ha una risposta altrettanto chiara: gas naturale liquefatto. "Siamo assolutamente impegnati in questo settore," dice, annunciando che l'LNG sarà il principale contributo dell'azienda all'industria energetica nel prossimo decennio. La strategia di Shell? "Un investimento resiliente" che, secondo Sawan, genererà valore per gli azionisti prima del 2040, anche se il mondo dovesse raggiungere lo zero netto. Un calcolo cinico: basta che i profitti arrivino prima della catastrofe. Un fossile tra le ruote La domanda che nessuno dei CEO petroliferi vuole affrontare è questa: cosa stiamo aspettando? Gli scienziati sono sbalorditi dall'accelerazione. I modelli climatici non tengono il passo. La Siberia bolle a maggio. Le notti in Iraq sono tropicali. I denti degli squali si deteriorano per l'acidificazione degli oceani. E i petrolieri? BP dice: "La transizione era fuori luogo." TotalEnergies dice: "Non sono uno scienziato." ExxonMobil dice: "Cambiate le regole o ce ne andiamo." Shell dice: "Il gas è la soluzione." Nessuno dice: "Abbiamo sbagliato. Fermiamoci." ARTICOLI CORRELATI Le Big Oil escono allo scoperto: "la nostra era volge al termine". |
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