Apollo 11 e l'11 Settembre La parabola americana e la strategia russa Introduzione Due eventi, un solo numero. Apollo 11 e l'11 settembre 2001 sembrano appartener a mondi opposti: il primo è l'apice del sogno americano, il secondo la sua più brutale smentita. Eppure condividono una cifra che, come un filo rosso, attraversa la storia della potenza americana. Questo saggio, che trae spunto da un testo geopolitico di analisi critica, si propone di esaminare come quei due momenti simbolici abbiano plasmato non solo la psicologia collettiva degli Stati Uniti, ma abbiano anche fornito a Vladimir Putin un manuale strategico di rara efficacia. Attraverso i fatti, le conseguenze geopolitiche e le implicazioni strategiche, si tenterà di mostrare come il dubbio, più ancora della menzogna, sia diventato la vera arma del Cremlino nel XXI secolo. I Fatti: Due «Undici» e un Terzo Uomo Il 20 luglio 1969, l'Apollo 11 posò i suoi astronauti sulla superficie lunare. Fu il trionfo della tecnica, della ragione illuminista e della volontà americana di spingere la frontiera umana oltre ogni limite conosciuto. In un'epoca segnata dall'assassinio di Kennedy, dalla guerra del Vietnam e dalle tensioni razziali, quella diretta televisiva in bianco e nero sembrò ricomporre una nazione lacerata. Il futuro aveva un nome e quel nome portava il numero undici. Trentadue anni più tardi, l'11 settembre 2001 capovolse quella promessa. Due aerei trasformarono i simboli della potenza finanziaria americana in un cumulo di acciaio e polvere. Il nemico non era uno Stato sovrano, non disponeva di eserciti né firmava trattati: era una rete di fanatici capace di usare la globalizzazione stessa come arma. L'undici non fu più ascesa: fu caduta verticale. Esiste tuttavia un terzo protagonista di questa storia, meno visibile. Vladimir Putin era presidente della Russia da meno di due anni quando le Torri crollarono. Ex agente del KGB ed ex direttore dell'FSB, la sua reazione apparve rapida e generosa: fu il primo leader mondiale a telefonare a George W. Bush, alle cinque e mezza del mattino ora di Mosca, offrendo intelligence sui Talebani e basi in Asia centrale per le operazioni in Afghanistan. Disse che l'attacco era «una sfida all'umanità». Sembrava il preludio a una nuova alleanza strategica tra Russia e Occidente. Quella possibilità tramontò rapidamente. Bush scelse l'Iraq, un paese privo di qualsiasi legame diretto con l'11 settembre, ignorando le obiezioni di Putin e degli alleati europei. La guerra al terrore divenne guerra di scelta, bruciando otto trilioni di dollari, consumando la credibilità morale americana ad Abu Ghraib e Guantánamo, lacerando il fronte interno. Putin osservò in silenzio. E imparò. È importante sgomberare il campo da un equivoco ricorrente: Putin non ha mai sostenuto pubblicamente le teorie complottiste sull'11 settembre. Al forum giovanile di Seliger, il 1° agosto 2011, liquidò esplicitamente l'ipotesi dell'inside job come «assolute sciocchezze», paragonandola alla negazione dello sbarco lunare (1). Eppure i media di Stato russi (RT, Sputnik, Tsargrad) hanno continuato a diffondere documentari e articoli che alimentano quei sospetti. Questo doppio binario non è un accidente: è una strategia deliberata di «negabilità plausibile». Conseguenze geopolitiche L'11 settembre modificò in modo permanente gli equilibri del sistema internazionale, e lo fece in una direzione che avvantaggiò oggettivamente la Russia. Gli Stati Uniti, la sola superpotenza rimasta dopo il 1991, si impantanarono in due conflitti privi di obiettivi di uscita chiari - Afghanistan e Iraq - perdendo non solo risorse materiali ma capitale simbolico e autorità morale. Quello che era stato il «momento unipolare» americano si consumò tra le sabbie del Medio Oriente. Mentre Washington era distratta, Mosca ricostruiva. Putin utilizzò le entrate petrolifere degli anni Duemila per modernizzare le forze armate, riconsolidare il controllo interno e proiettare influenza nelle regioni periferiche dell'ex spazio sovietico. La Georgia nel 2008 e la Siria nel 2015 furono i laboratori di questa nuova assertività, interventi che avvennero a seguito del caos che si sviluppava in quello che la Russia chiama l’estero vicino. Tutto ciò risultò possibile in quanto l'Occidente era ancora parzialmente paralizzato dalla crisi finanziaria del 2008 e dalle sue conseguenze. Sul piano della diplomazia multilaterale, l'egemonia americana uscì logorata dall'11 settembre. La decisione di invadere l'Iraq senza mandato ONU indebolì il diritto internazionale come strumento di legittimazione, aprendo la strada a un'argomentazione che Putin - ma anche altri politici anche occidentali - avrebbe usato decenni dopo: se Washington può invocare ragioni di sicurezza per aggirare il Consiglio di Sicurezza, perché non può farlo Mosca? L'invasione dell'Ucraina nel 2022 si nutre retoricamente di questa precedente erosione del principio di legalità internazionale. Sul piano dell'alleanza atlantica, l'11 settembre produsse una solidarietà iniziale - fu invocato per la prima volta l'articolo 5 del Trattato NATO - ma aprì anche faglie profonde. La divisione tra «nuova Europa» filo-americana e «vecchia Europa» critica rispetto alla guerra in Iraq fu il primo sintomo di una NATO che si sarebbe rivelata non sempre coesa. La Russia, che sperava di essere accolta nel contesto euro-atlantico, si ritrovò a sostenere l’Europa energeticamente, ma nel contempo gestì il suo rapporto diplomatico con attenzione e in alcuni casi con freddezza e atteggiamenti malevoli ogniqualvolta vedeva a rischio i suoi interessi nazionali. Conseguenze Strategiche Le lezioni che Putin trasse da quel giorno costituiscono un vero e proprio manuale del cinismo strategico. La prima lezione riguarda la natura emotiva delle reazioni occidentali. Dopo l'11 settembre gli Stati Uniti scelsero guerre infinite senza obiettivi di uscita, un indebitamento massiccio e una sorveglianza di massa che alienò gli alleati. Putin comprese che «l'America quando ha paura diventa irrazionale» e che «si indebolisce da sola». Mentre gli Stati Uniti si consumavano in Medio Oriente, lui consolidava il potere interno, ricostruiva il tessuto sociale distrutto dopo il 1992, cercando di arginare le forze centrifughe che allontanavano le periferie dalla centralità moscovita. La seconda lezione riguarda l'esportazione e la gestione della paura. Putin capì che per gli USA il terrorismo non era un nemico da sconfiggere, ma «uno strumento da usare». Negli anni Duemila in Russia avvenne qualcosa di simile quando usò la minaccia cecena (che aveva colpito al cuore di Mosca uccidendo centinaia di bambini innocenti) per giustificare la limitazione delle libertà in Russia, proprio come Bush aveva fatto con il Patriot Act. Quando comprese che gli occidentali agivano in aperto contrasto con quanto dichiarato e di fatto alimentavano il disordine e il caos nel Vicino Oriente e nel Nord Africa cercò di contenere gli effetti che rischiavano di contagiare parti del territorio della Russia. La terza lezione, forse la più sofisticata, riguarda la verità e il suo valore strategico. L'11 settembre mostrò che l'America poteva costruire una guerra su evidenti bugie (le armi di distruzione di massa irachene) - cosa peraltro costante nella storia statunitense se guardiamo alla guerra Ispano-americana - e farlo davanti al mondo intero, con nessuna conseguenza. Putin ne trasse una conclusione radicale: se la verità fattuale non è più un arbitro universalmente accettato, allora il dubbio sistematico può diventare un'arma geopolitica. Non occorre proporre una menzogna alternativa credibile: basta inondare il campo informativo di versioni contrastanti, seminare sospetti, esaurire la capacità critica dell'avversario. È questo il significato del doppio binario tra le dichiarazioni di Putin, che smentisce le teorie complottiste sull'11 settembre e sullo sbarco lunare, e la produzione dei media di Stato, che quelle teorie alimentano quotidianamente. La vera arma non è la falsa verità ma il dubbio permanente, che corrode la fiducia nelle istituzioni democratiche, rende le opinioni pubbliche occidentali più malleabili e più difficilmente mobilitabili per sostenere politiche di deterrenza coerenti. Conclusioni Apollo 11 e l'11 settembre 2001 non sono soltanto due pagine della storia americana: sono i marcatori di una parabola che ha ridisegnato la mappa del potere globale. Dal futuro luminoso alla paura permanente, dalla fiducia nella ragione alla sospensione di ogni fiducia. Putin ha letto quella parabola con lucidità e ne ha fatto un manuale operativo, senza aver bisogno di complotti né di menzogne grossolane: gli è bastato sfruttare le contraddizioni che l'America ha generato da sola. La raccomandazione che discende da questa analisi è duplice. Sul piano istituzionale, le democrazie occidentali devono sviluppare una maggiore capacità di risposta strategica alle crisi, evitando le trappole della reazione emotiva che produce guerre senza uscita e legislazioni di emergenza che si ritorcono contro i valori che si pretende di difendere. Sul piano dell'informazione, è urgente investire nella resilienza cognitiva delle società democratiche: non per imporre una verità di Stato, ma per formare cittadini capaci di distinguere il dubbio legittimo - strumento del pensiero critico - dalla nebbia del dubbio sistematico, che è invece strumento di dominio. Il numero undici, in fondo, non porta con sé né ascesa né caduta: porta ciò che gli uomini di potere decidono di farne. © RIPRODUZIONE RISERVATA (1) Trascrizione video Seliger Forum il 1° agosto 2011 [00:00] Alexey (Novosibirsk): "Mi chiamo Alexey Anisimov, città di Novosibirsk. Ho una domanda: secondo lei, gli americani sono sbarcati sulla Luna? Si sono posati sulla Luna?" [00:08] Vladimir Putin: "Penso di sì." [00:11] Alexey: "Ma c'è una versione secondo cui..." [00:13] Vladimir Putin: "Conosco questa versione. Mi sembra che falsificare un evento del genere sia impossibile. In ogni caso... Sapete, è la stessa cosa che dicono alcuni, sostenendo che l'11 settembre gli americani abbiano fatto saltare in aria le Torri Gemelle da soli, che abbiano diretto loro stessi le azioni dei terroristi." [00:35] Vladimir Putin: "Assolute sciocchezze. Insomma, frottole. È impossibile. È stata un'enorme tragedia per il popolo americano e una grande tragedia per tutto il mondo, credo, quello che è successo l'11 settembre." [00:50] Vladimir Putin: "La morte di migliaia di persone... e immaginare che i servizi segreti americani l'abbiano fatto consapevolmente, con le proprie mani... è una totale assurdità. Sapete, questo lo possono dire solo persone che non capiscono affatto le tecnologie di lavoro dei servizi segreti." [01:12] Vladimir Putin: "Si potrebbe allora dire che Yuri Gagarin non ha mai volato, capite? Ci si può inventare di tutto. Ma nel frattempo, non dimentichiamocelo, è stato un nostro connazionale a fare il primo passo nello spazio." FONTI
Il sito **Sputnik Mediabank** ospita una galleria di **41 fotografie** scattate durante la visita di Putin al forum il 1° agosto 2011. Le immagini, firmate dal fotografo Sergey Mamontov, includono: * Putin che risponde alle domande dei partecipanti. * Putin che interagisce con i ragazzi, stringe loro la mano o firma autografi. * Putin che dà il via a una competizione di braccio di ferro.
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La teoria che Trump si sia auto-organizzato l'attentato al White House Correspondents' Association all'hotel Hilton di Washington, è improbabile, infondata e priva di prove logiche. Se davvero l’amministrazione americana avesse organizzato tutto, per quale ragione la Leavitt sarebbe andata a dire una cosa del genere davanti alle telecamere? (ndr. Il discorso di stasera sarà il classico Donald Trump. Si sparerà). Sarebbe come ammettere in anticipo di aver orchestrato tutto. Che senso avrebbe un simile comportamento? L'attentato, d'altro canto, non garantisce un aumento di consensi. Gerald Ford (1975) subì due tentati omicidi ma perse le elezioni contro Carter. Ronald Reagan (1981) fu ferito, ma i repubblicani persero seggi alle successive elezioni di medio termine. E ricordo che il guadagno di consensi di Trump dopo l'attentato di Butler (2024) non fu dovuto all'attentato in sé, ma alla sua reazione eroica (pugno alzato, rialzarsi subito). Le elezioni di metà mandato si decideranno sul carovita e sul prezzo della benzina, non sulla copertura mediatica dell'attentato. La priorità di Trump rimane chiudere il conflitto in Medio Oriente e riaprire lo Stretto di Hormuz. Inoltre non c'è un collegamento provato tra la sparatoria e l'Iran. Lo stesso Trump ha dichiarato in conferenza stampa di non credere a un nesso con la crisi iraniana. Quello che si vede sotto questa patina accusatoria è che dall'era Trump in poi, la fiducia nelle istituzioni è crollata. Quando senti uno sparo, la tua prima reazione non è "chi è stato", ma "chi lo ha organizzato". La Casa Bianca lo sa benissimo. La portavoce Karoline Leavitt ha subito paragonato il linguaggio dell'aggressore a quello usato ogni giorno dai democratici. Stanno combattendo una guerra di narrazioni. Hanno trasformato un evento fisico (un uomo che spara) in un evento puramente linguistico. E come disse Putin nel 2011 al Seliger Forum, solo persone che non capiscono affatto le tecnologie di lavoro dei servizi segreti possono credere a queste teorie fuori dal contesto della realtà. La CIA non è nata ieri. Avrebbe organizzato un false flag decisamente più credibile e privo di contraddizioni mediatiche e fattuali. Nessuno doppio gioco, semmai un triplo gioco: quello di alimentare un certo tipo di propaganda che non è quella che vediamo. Il bersaglio non è l'elettore medio, ma il cospirazionista cronico. Quando questi inizieranno a gridare "È falso!", la loro stessa voce li tradirà. Trump e i suoi potranno dire ai loro sostenitori: "Guardate: questi pazzi di sinistra non credono nemmeno che abbia rischiato di morire. Sono talmente accecati dall'odio che avrebbero voluto vedermi morto". L'attentato non voleva quindi convincere il pubblico che fosse reale (e quindi generare simpatia per Trump), ma voleva apparire così palesemente fasullo da far scattare i radar dei "teorici del complotto". L'obiettivo non era il grande pubblico, ma proprio loro: quelli che vedono complotti dappertutto. Risultato: L'elettore moderato vedrebbe l'opposizione come fredda, antisemita (si fa per dire) e irrazionale. La base MAGA si consoliderebbe. Il profilo dell'aggressore non regge: Le indagini preliminari indicano che l'attentatore, Allen Cole Tomas, era un elettore indipendente che nel 2024 aveva donato 25 dollari a Kamala Harris. Se fosse stato un "attore pagato" da Trump o dal deepstate, perché scegliere qualcuno con un profilo politico così reale e tracciabile? Sarebbe un rischio investigativo enorme. Nulla è come sembra. Soprattutto se si parla di Trump. Stefano Mitrione © RIPRODUZIONE RISERVATA "Facciamo un attentato falso, ma facciamolo sembrare così falso che qualcuno lo scoprirà. E quando lo scoprirà, avremo la prova che esistono persone che 'vedono complotti dappertutto'. Potremo additarle, isolarle, delegittimarle."
OHi Mag Report Geopolitico nr. 34 Pietro, studente di giurisprudenza all'università di Bologna, ci spiega come il degrado sociale della città ha subito un'impennata già a partire dagli anni successivi alla pandemia. E più precisamente a partire dal 2022, quando la povertà e il disagio sociale derivatone si sono dimostrati più incisivi in una città dominata da cantieri inoperativi, vagabondaggio e criminalità. Soprattutto nelle vie centrali ai bordi della Bologna bene e dello shopping, ma anche alla stazione centrale, uno strato sociale infimo di non trascurabile entità demografica, si prepara per superare la notte tra cartoni, piaghe, e fentanyl. I negozianti non lo vogliono davanti alle loro vetrine ed ecco spuntare appuntite piramidi d'acciaio nel massetto di marmo antistante, mentre l'amministrazione comunale provvede con panchine pubbliche dotate di braccioli anti bivacco. Le mense della Caritas non riescono a soddisfare la domanda sempre più crescente di un fenomeno ormai fuori controllo. E qui siamo a Bologna, in una città tutto sommato tranquilla, non certo una delle popolose metropoli dove la situazione è sicuramente peg giore. Pietro non esce più di casa dopo il coprifuoco, il centro dopo le 20 si appresta a trasformarsi in un campo di battaglia. © RIPRODUZIONE RISERVATA Leggi l'articolo
Alla luce delle ultime considerazioni di Marco Tarquinio sul fatto che la Nato non è più un’alleanza a carattere difensivo e che sarebbe meglio scioglierla, mi ritorna in mente una mia domanda rivolta direttamente al generale di corpo d'armata Roberto Bernardini "La Nato può avere ancora un ruolo nella prospettiva del coinvolgimento dell'Unione Europea in una guerra tecnologico-commerciale e cibernetica?". Oggi le guerre non si combattono solo sul piano terrestre, ma anche in quello delle informazioni, sottolineava con fermezza il generale Roberto Bernardini, già ai vertici della Forza Nato per il Kosovo (KFOR). E alla mia domanda se la Nato potesse ancora avere un ruolo in questa nuova prospettiva, - alla luce di una voce non tanto di corridoio* della provocazione di Trump nel minacciare di ritirare le sue basi dall'Europa nel quasi impensabile tentativo di dissuadere Putin di allearsi verso oriente* -, Bernardini ricorda che la Nato non è solo un organismo militare, ma è anche politico, il collante irrinunciabile che tiene insieme tutto l'occidente e che solo la costituzione di una neo difesa europea potrebbe sostituire. (*Secondo una rivelazione di Thierry Breton rivelate nel 2020 a Davos, Donald Trump, durante una conversazione privata con il principale candidato repubblicano alla presidenza nelle prossime elezioni e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, avrebbe parlato dell’avvenuta "morte della Nato" e, se l’Europa fosse stata attaccata, gli Stati Uniti non l’avrebbero aiutata). Dal primo all'ultimo: Generale Roberto Bernardini (crediti: Congedati Folgore), Ammiraglio Roberto Domini, Generale Fabio Mini e Mario Boffo, già ambasciatore d'Italia nella repubblica dello Yemen e in Arabia Saudita (crediti: Stefano Mitrione) Ma si poteva evitare questa guerra? Si, risponde seccamente il Generale Fabio Mini all'ammiraglio Roberto Domini (Cesmar). (Cit. "assemblea Guerra in Europa 2023"). Si poteva evitare con degli accordi, dal momento che questo conflitto non è tra la Russia e l'Ucraina, ma tra superpotenze senza aver bisogno di citare quali. Perché un'intervento armato di questa portata, in suolo europeo, sarebbe cessato quando le nazioni unite fossero intervenute per tutelare la sicurezza dei propri membri. Quindi la guerra è obiettivamente tra Russia e Stati Uniti, dove l'Europa è, suo malgrado, un conveniente palcoscenico. E noi italiani, o europei, siamo pronti eventualmente ad entrare in questa nuova guerra? Europa e Usa fanno finta di essere i buoni, mentre noi, nel mezzo, non siamo affatto pronti ad entrare nel loro gioco. È ormai da troppo tempo che facciamo solo addestramento per le missioni di pace, non certo per la guerra. Se il tasso di consumo di armi e materiali bellici tra Russia e Ucraina dovesse continuare, gli USA non riusciranno a contro bilanciare la produzione. In ogni caso gli americani hanno già finito le armi da poter dare, eventualmente, ai propri alleati alleati, ne hanno solo per loro, e, come sempre hanno fatto, se le cose si dovessero mettere veramente male penseranno solo a sé stessi. Perché, riassumendo in breve, non c'è una vera motivazione visibile così forte per questo conflitto, se non quella che vede come principale attore proprio gli Stati Uniti. La domanda, per quello che ci riguarda più da vicino, è questa: Vogliamo la pace, o la giustizia? Sei favorevole alla pace, o alla giustizia? Ma, verrebbe da aggiungere, non si può avere entrambi? È questa è una domanda a trabocchetto dove tutti gli stati dell'unione europea ci sono cascati, l'ltalia sicuramente e per tradizione moderata in minor misura, ma poco cambia nello scenario geopolitico comune in cui ne siamo nostro malgrado coinvolti. E giustizia non può essere vendetta, tantomeno punizione. Ripeto che questa è una guerra tra due superpotenze che guardano i propri interessi, non i nostri. Il Generale Mini addebita a Putin l'errore di aver iniziato un conflitto senza aver pensato di insistere sulle proposte di pace verso gli Usa, incentivando non solo sulla lista di quello che si sarebbe voluto in cambio, ma anche su cosa si sarebbe invece potuto cedere. Cosa che non è stata fatta. L'alternativa ad una guerra, a un massacro, c'è sempre, come pure le condizioni per un negoziato. Notiamo che gli 85,9 miliardi di dollari in aiuti ceduti per l'Ucraina, e questo solo ad una stima del 2022, oggi siamo arrivati quasi a 140. Una cifra enorme. Aiuti per la pace, aiuti umanitari? No. Molto di più per le armi, magari camuffate da aiuti umanitari. Perché in un qualsiasi conflitto non c'è solo la guerra combattuta, ma c'è anche una guerra dopo la guerra. Più il paese è disastrato, più la ricostruzione e la guerra stessa conviene. E, come sempre accade, i soldi per la ricostruzione provengono proprio da quelle nazioni che poi impongono di utilizzare le loro aziende per la ricostruzione. Qui possiamo citare il Piano Marshall ad esempio, che di soldi ne ha messi tanti con il medesimo tornaconto di rientro indiretto. E se l'Ucraina ha già chiesto 1,2 trilioni di dollari per i danni ricevuti in questo conflitto, e che continuerà a salire fino a 2,5/3, ricordiamo che gli Usa ne hanno spesi molto meno per l'Afghanistan in 10 anni di conflitto. L'obiettivo, ad un prezzo così alto, è verosimilmente quello di spaccare l'Europa, non la Russia. Ma quali sono le prospettive di pace? Secondo Mario Boffo, già ambasciatore d'Italia nella repubblica dello Yemen e in Arabia Saudita, la diplomazia è uno strumento degli Stati, ma bisogna che vi sia la volontà di farvi ricorso. Occorre trovare un terreno dove ciascuna parte in causa abbia dei benefici raggiungibili. Ricordiamo, negli anni novanta, il Processo di Helsinki nel tentativo di mitigare il confronto tra Russia e Occidente. Si arrivò ad aprire confini, a nuovi scambi culturali e finanziari, ad una nuova visione dell'Occidente e dell'Europa. Lo scioglimento della Nato non sarebbe stata una buona idea, sempre secondo Boffo, ma la Nato avrebbe potuto costituirsi come attore di equilibrio tra Russia e Occidente in una architettura di sicurezza europea ereditato proprio dal modello Helsinki, piuttosto che perseguire un modello meramente espansionistico dell'Alleanza. Quello che è in gioco è una nuova visione del quadro globale della sicurezza europea. Bisognerebbe che l'Occidente e la Nato proponessero in maniera credibile di cessare i combattimenti, e contestualmente avviare negoziati di più ampio respiro, nel cui contesto anche l'Ucraina troverebbe sistemazione e pace. La Cina ha aumentato il proprio potere sul piano geopolitico globale e la propria reputazione economica, e ora si presenta come attore di rilievo globale, proponendo un confronto con gli USA che va da Taiwan al Golfo Persico. E lo ha già fatto fissando, in dodici punti, le condizioni di come dobbiamo interpretare la nuova sceneggiatura adattandola anche, e soprattutto, ai propri interessi, mentre Mini punta nuovamente il dito in Europa dove gli Stati Uniti vorrebbero che la Germania venisse addirittura scissa. Questa guerra è contro l'Europa, non contro la Russia. E tutto sembra convergere verso quel Piano Marshall che altro non è che un piano di recupero di tutti quei soldi spesi nell'ultimo conflitto mondiale. E l'Italia? A noi interessa soprattutto la cooperazione, e non il conflitto, perché di fatto dipendiamo dalle risorse di altri paesi. Non è certo una questione di pace, Tolstoj dice che la pace sta dentro ognuno di noi, non in una visione esclusivamente collettiva. E la Cina? Sono diventati una superpotenza perché hanno rubato i segreti di noi occidentali. E questo lo hanno sempre saputo fare molto bene. Dal '75 fino al '92, allungando anche al '96, la Cina era considerata dall'Europa unicamente uno Stato, non certo un partner commerciale affidabile, e così ne abbiamo approfittato vendendo loro i nostri "scarti industriali", ma ben presto hanno mangiato la foglia e, in un certo senso, hanno ribaltato le carte in tavola restituendoci lo stesso modus operandi con tanto di interessi. I cinesi contestualmente affermano di non voler più assorbire le tecnologie arretrate dell'occidente e come risposta dichiarano apertamente, questo già a partire dal 2007, di avere raggiunto la potenziale conoscenza tecnologica per poter abbattere qualsiasi satellite occidentale in orbita. Così, in soli cinque anni, la Cina ha quintuplicato le esportazioni grazie soprattutto al consenso, da parte degli USA (meglio sarebbe dire Zio Sam in qualità di vero e proprio Deep State), di poter entrare alla pari sul piatto dell'economia globale, anche se scettica che la Cina avrebbe seguito le regole occidentali, cosa che poi invece ha fatto allo scopo strategico di imparare, copiare e crescere ulteriormente. Antonella Uliana ci riporta su un piano diversamente più umano e tangibile, ricordando che anche i fabbisogni e le sofferenze delle persone, - a partire dalle stesse migrazioni causate proprio dell'ideologia politica della guerra -, rientrano di fatto nello stesso quadro fenomenologico, poiché un conflitto, al di là di qualsiasi presupposto di equilibrio globale ed internazionale, genera una speculare sofferenza nei cittadini indirettamente coinvolti, della gente comune e dei più deboli, dove solo reporter consenzienti e onesti riescono a dar voce attraverso anche a un fotorealismo "non ritoccato", di una verità troppo spesso messa sul piano dell'escamotage narrativo del danno collaterale o di un tributo fin troppo sacrificabile, l'umanità. Titolo: *"Poveri generali", così apre il Generale Fabio Mini al seminario del 2023 "La guerra in Europa" riferendosi a quelli coinvolti, loro malgrado, in una guerra che non è la loro, ma dell'occidente © RIPRODUZIONE RISERVATA Libri:Il fattore Buffet / The Buffet Factor Warren Buffet è uno dei più famosi investitori di sempre. Partendo con solo 100 dollari oggi detiene un patrimonio netto di 133,5 miliardi. Noto anche per i suoi visionari investimenti a lungo termine, come i suoi trentatré anni con Coca Cola, di certo non investe mai senza avere solide informazioni sui mercati e dei loro potenziali futuri sviluppi. L'"oracolo di Omaha" sa dove mettere il suo denaro, e nel 2008 non esitò ad entrare nell'azionariato di BYD con ben 225 milioni di azioni acquistate con una capitalizzazione pari a 232 milioni di dollari, quasi il 10% dell'intero colosso cinese, insieme ad altri investitori come BlackRock, Vanguard, Norges Bank, tutti fondi di investimento che credono nel clean energy e nei mercati emergenti. Ma a partire dall'agosto del 2022 Berkshire Hathaway, inizia a vendere dopo aver trentaduplicato i suoi profitti negli ultimi quattordici anni. I motivi, secondo gli analisti, sono di natura geopolitica, soprattutto dominati dalle tensioni tra USA e Cina, e dai conflitti in Ucraina e Medio Oriente. Tuttavia lascia nell'asset finanziario ben 88 milioni di dollari scendendo da poco meno del 10% dell'intera società automobilistica cinese a solo il 3%. Ciò significa che le informazioni in suo possesso valgono ancora la sua fiducia sulle politiche di transizione elettrica di BYD, anche se il rischio è quello di diluire i profitti con la crescente competitività di mercato in Europa entro il 2035. Una nicchia di successo non corrisponde necessariamente ad un buon affare se a dividersi la fetta ci sono troppi attori. Ecco perché la "vecchia volpe" riduce ma non estingue il suo azionariato BYD, confermando che la transizione alla mobilità elettrica non sia una bolla di mercato. Ma Buffett tiene ben saldi i suoi tacchi in almeno due zattere, senza rischiare di cadere in quella diversificazione eccessiva di coloro che investono a random ottenendo profitti mediocri. Questo si traduce in una partecipazione del 25% di Occidental Petroleum Corp. Una società petrolifera che recentemente sta concentrando i propri obiettivi strategici verso la riduzione dell'impronta di carbonio, dato la tendenza delle nazioni verso l'eliminazione delle emissioni nocive causate dalla combustione entro il 2050. Una corsa verso la riconversione delle Big Oil in previsione di ulteriori crolli dei titoli di borsa internazionali, già messi a dura prova nella pandemia da Sars-Cov2, e che nel lungo termine vedrà un'ulteriore spostamento del consumo di petrolio verso le rinnovabili. Così le grandi compagnie petrolifere scommettono il loro futuro senza combustibili fossili migrando con una certa rapidità ai gas naturali, all'energia eolica e alle Carbon Capture, mega strutture capaci di neutralizzare il diossido di carbonio presente nell'atmosfera. Questo significherà un cambiamento senza precedenti per le aziende petrolifere a prova di una transizione energetica non più revocabile, sia dal punto di vista ecologico, che finanziario, dato che i principali investitori stanno dirottando ingenti capitalizzazioni proprio sulle energie rinnovabili. Lo stop alla produzione di veicoli endotermici entro il 2035 da parte dell'unione europea, e a seguire entro il 2040 in altre parti del mondo, sarà pertanto imprescindibile, considerando anche l'accelerazione tecnologica che asseconderà entro pochi anni le esigenze dei consumatori in termini di prezzo, autonomia e reperibilità energetica garantendo tra l'altro costi di esercizio notevolmente inferiori. Arrivati a questo punto di pareggio con la propulsione endotermica, saranno proprio loro a preferire le EV, una nuova generazione di automobilisti consapevoli del loro tempo che nulla avrà da spartire con i conservatori di un'era ormai votata al declino. Quella del petrolio. © RIPRODUZIONE RISERVATA Articoli simili: https://www.ohimag.com/stefano-mitrione-ohi-mag-geopolitica-e-relazioni-internazionali/april-24th-2024
A breve il petrolio scarseggerà, ciò avrà ripercussioni geopolitiche importanti per tutti gli stati. Questo potrebbe portare a nuove tensioni e conflitti ovunque, basti pensare alle corsa alle ricchezze dell'artico e dell'antartico. La conseguenza sarà un inasprimento delle crisi economiche e dei mercati finanziari. La transizione energetica è forse giustificata da questa evidenza, sebbene i risultati finora proposti non siano all'altezza delle previsioni. Noi europei affronteremo i prossimi anni con difficoltà crescenti non potendo contare su risorse adeguate e quindi non abbiamo alternative alla ricerca di nuove forme di energia. Qualsiasi soluzione alternativa o la stessa ricerca di nuovi giacimenti, comporterà un aumento dei prezzi insostenibile, ed è quindi evidente che sia necessario un cambio nel nostro sistema di vita. Dovremo forse imparare a muoverci di meno e a essere più parchi nell'uso delle risorse a disposizione, tra cui non va dimenticata l'acqua. Una vita meno invasiva ridurrebbe anche le tensioni internazionali e consentirebbe di far fronte alle situazioni con unità di intenti. Importante è a questo punto pensare che i nostri sistemi di vita non sono un must irrinunciabile, ma che essi devono essere adattati alla nuova realtà. © RIPRODUZIONE RISERVATA Photo credits: Tom Fisk, Guillaume Meurice Podcast version#transizioneecologica #transizioneelettrica #2035 OHi Mag – GEOPOLITICAL REPORT
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